dopo il caso parkland

Ecco come i big della finanza possono bloccare la vendita di armi negli Stati Uniti

di Francesco Prisco


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2' di lettura

Gli Stati Uniti d’America sono una repubblica federale fondata (anche) sul libero mercato e sul diritto di possedere un’arma. Era così ai tempi di Butch Cassidy e Billy The Kid, è così oggi all’indomani dei 17 morti dell’ennesima strage al liceo per mano dell’ennesimo ex studente, a Parkland in Florida.
Non chiedete alla Casa Bianca o al Congresso nuove leggi per una stretta sulla libera circolazione delle armi da fuoco: roba più facile a dirsi che a farsi, perché Coast to Coast ci sarà pure una nuova sensibilità sul tema (pare), ma al fin della fiera la più tradizionale cultura dell’autodifesa, particolarmente importante per alcune aree politiche, e l’impermeabilità della lobby delle armi diranno loro l’ultima. Che vi piaccia o meno. Eppure una risposta efficace al problema potrebbe arrivare dal di fuori dei palazzi della politica. E dal di dentro dei palazzi della finanza. Almeno secondo una provocazione lanciata in queste ore dal New York Times, giornale di riferimento dell’intellighenzia liberal a stelle e strisce, dove Andrew Ross Sorkin firma un eloquente articolo di commento intitolato: «Come le banche potrebbero controllare la vendita di pistole se Washington non lo farà».

La «serrata» del comparto finanziario
E dunque «cosa accadrebbe», si chiede il giornalista, «se il comparto della finanza - compagnie di carte di credito come Visa, Mastercard e American Express, processori di carte di credito come First Data e banche come JPMorgan Chase e Wells Fargo - stabilissero effettivamente nuove regole per il commercio di armi in America?». Qualcosa in più, rispetto al passato, c’è già oggi ed è la responsabilità sociale d’impresa. Ross Sorkin racconta di aver interpellato, per mail e a telefono, numerosi manager dei principali gruppi finanziari americani, dopo i fatti di Parkland. Riscontrando due cose: la scarsa propensione a rilasciare dichiarazioni «virgolettabili» sul tema e la sostanziale «simpatia» nei confronti della proposta. Della serie: l’idea mi piace, ma non ci metto la faccia per promuoverla. Almeno per ora.

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Il modello della guerra al Bitcoin
Si potrebbe allora tentare qualcosa di non troppo diverso da quanto già si è fatto questo mese per il Bitcoin e le criptovalute, con JPMorgan, Citigroup e Bank of America che ne hanno impedito l’acquisto mediante le carte di credito del loro circuito. Strani casi della vita: non potrai comprarci più Bitcoin, ma magari con quelle carte ci comprerai un fucile semiautomatico AR-15, come quello utilizzato per la strage di Parkland. Quando uno stop incrociato di Mastercard e Visa metterebbe fuorigioco tutti i marketplace d’armi d’america. Variazione sul tema: seppure i grandi attori delle transazioni finanziarie si mettessero di traverso, potrebbero essere i loro grandi clienti come McDonald’s, Starbucks, Apple, Amazon, At&t e Cvs, tutti armati di responsabilità sociale d’impresa, a fare pressioni in questa direzione.

Le responsabilità della leadership
Nessuna di queste proposte è una panacesa, Ross Sorkin ne è cosciente, «ma è un inizio. Ci vogliono leadership e coraggio: esattamente ciò che questa classe dirigente dice di avere. Se non vogliono far seguire azioni alle loro parole, la prossima volta che ci sarà una sparatoria in una scuola che porti con sé un dibattito sulle aziende produttrici di armi, quest’ultimo dovrebbe includere anche il complesso finanziario che le supporta». Amen.

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