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Ecco come cambia l’occhialeria bellunese dopo la fusione Luxottica-Essilor

di Katy Mandurino

3' di lettura

La maxi-fusione tra Luxottica e la francese Essilor, che, dopo il via libera da parte della Commissione Europea e della Federal Trade Commission statunitense, dovrebbe diventare operativa entro la metà dell’anno, ha confermato che la produzione del settore dell’occhialeria si sta polarizzando sull’asse italo-francese e attorno a pochi grandi gruppi. E che la digitalizzazione e l’integrazione sempre più spinta tra le fasi del concepimento del prodotto, la prototipazione delle componenti artigianali, l’industrializzazione e la produzione hanno di fatto ridotto il ruolo dei contoterzisti e della subfornitura del territorio.

Ciò impone al distretto dell’occhialeria di Belluno, 12mila addetti su 18mila totali in Italia e 80% del valore dell’intero settore, circa 260 imprese di subfornitura, centro indiscusso del mercato grazie alla presenza di quattro dei cinque maggiori produttori mondiali di occhiali - Luxottica, Sàfilo, De Rigo e Marcolin, aziende che producono in licenza per le maggiori griffe del mondo (da Chanel a Dior, da Armani a Prada, da Fendi a Lanvin, Tom Ford, Tod’s) -, un ripensamento dei modelli organizzativi interni e la necessità di innovarsi.

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Secondo le analisi del Politecnico di Milano e della società di ricerche Local Area Network, il ricorso alla ditta artigiana è sempre meno legato alla capacità esecutiva e sempre più a componenti di creatività e flessibilità. Percorsi di ristrutturazione, automazione e digitalizzazione hanno portato ad una riduzione dei posti di lavoro, ma, nel contempo, ad una grande richiesta di figure altamente specializzate. Le grandi famiglie di prima generazione si stanno esaurendo e la governance delle aziende sta cambiando a vantaggio dell’ingresso dei fondi e dei manager.

Il mercato è in crescita: i dati Anfao - l’associazione di Confindustria dei fabbricanti di articoli ottici - dicono che nel 2017 la produzione dell’occhialeria italiana è aumentata del 2,9% (il doppio rispetto al Pil del Paese, +1,5%), superando i 3,8 miliardi. L’export, pari al 90% della produzione totale, è aumentato del 3,2%. Il giro d’affari degli occhiali, che vale a livello mondiale 84 miliardi di euro, nei prossimi cinque anni avrà un incremento del 55% e toccherà i 128 miliardi, di cui il 35% rappresentato dal settore premium, ovvero gli occhiali da sole e da vista firmati dai brand del lusso. Scenari di sviluppo più che ampi per tutto il settore. Prova ne è la volontà dei big di assumere e investire sull’ecosistema territoriale (è di pochi mesi fa la nascita di Thelios, la joint venture tra LVMH e Marcolin), a patto che esso sia pronto.

«Se i fondi investono qui è perché c’è una qualità e una competenza formidabili - dice Luca Romano, direttore di Local Area Network -. Industria 4.0 richiede livelli di servizio nuovi e questo può ridare centralità al territorio. La chiave di volta è la formazione e una maggiore interconnessione tra tutti gli attori».

È dal basso che parte la riflessione e la volontà di mettere sul tavolo iniziative comuni. «A fronte della tenuta produttiva c’è un calo nelle assunzioni - spiega Nicola Brancher, segretario Femca Cisl Belluno Treviso -: stiamo assistendo alla ricerca da parte delle aziende di un miglioramento nell’efficienza dei processi con conseguente riduzione di costi. Siamo dentro un ciclo di forti e continue richieste di riorganizzazione e di reclutamento delle competenze professionali qualificate soprattutto nell’ambito della governance digitale dei processi e di selezione delle componenti del prodotto». I sindacati di Belluno (Cisl e Cgil in primis) hanno avviato un percorso di confronto per creare una piattaforma comune che affronti i temi dei mansionamenti, della flessibilità del lavoro, della formazione professionale fuori e dentro l’azienda, della necessità di una regìa unica territoriale che possa operare a favore dell’intera area. Un primo traguardo è già stato raggiunto: «Lo scorso ottobre - spiega Rudy Roffarè, segretario Cisl Belluno Treviso - abbiamo firmato un protocollo con Confindustria e con le altre associazioni economiche che prevede una progettazione delle politiche attive per il lavoro che facciano incontrare la domanda e l’offerta, partendo da una formazione che rispecchi le esigenze delle imprese. L’obiettivo è di reimpiegare la maggior parte dei circa 6mila disoccupati iscritti ai centri per l’impiego della provincia, i giovani fino ai 30 anni e gli over 50».

«I percorsi formativi sono fondamentali per questo territorio - ribadisce Mauro De Carli, segretario generale Cgil Belluno -, le valli si stanno spopolando, ogni anno perdiamo un migliaio di persone, c’è una forte dispersione scolastica». Va in soccorso a questa emergenza l’intesa sottoscritta tra sindacati, Provincia e enti locali per un rafforzamento del welfare territoriale attraverso un fondo di rotazione, che prevede, tra le altre cose, la promozione del rientro in provincia per il tirocinio post laurea triennale, quinquennale, master-specializzazione.

«Bisogna investire in tutti i percorsi formativi - aggiunge Denise Casanova, segretario Filctem Cgil Belluno - che possano evitare forzature nella migrazione da azienda ad azienda».

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