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Ecco come l’inflazione taglia la spesa: stessa pasta, meno pesce e vino

Secondo l’Osservatorio Ismea-Nielsen gli italiani hanno speso il 4% in più tagliando quantità e scegliendo alimenti meno costosi e discount. Colpiti soprattutto redditi bassi e famiglie con bambini piccoli.

di Emiliano Sgambato

(IMAGOECONOMICA)

4' di lettura

L’inflazione cambia la spesa degli italiani che scelgono i prodotti più economici e tagliano le quantità acquistate. Uno scenario purtroppo atteso e che dopo l’estate ha iniziato a manifestarsi con più forza. Ad analizzare le scelte delle famiglie nel momento di riempire il carrello è l’Osservatorio Ismea- NielsenIQ sui consumi alimentari, secondo cui nei primi 9 mesi dell'anno la crescita dello scontrino si è “limitata” a un +4% rispetto allo stesso periodo del 2021 rispetto a un caro prezzi ormai a doppia cifra – l’indice Nic dell’Istat ha registrato +8,9% a settembre e +11,8% a novembre – ma a costo di tagli e scelte al ribasso e con un’accelerazione nei mesi di agosto e settembre (+10,4%).
Valori «frutto della composizione merceologica del carrello della spesa, che si modifica in conseguenza proprio delle strategie messe in atto da parte dei consumatori per ridurre l'impatto dell'inflazione», si legge nel report.

Famiglie con figli piccoli in difficoltà e più discount

Supermercati e ipermercati restano il canale preferito per fare la spesa con il 62% degli acquisti, ma i discount guadagnano il 4% e pesano ora il 22% con un aumento medio di fatturato di quasi il 25%. A perdere quota è il canale digitale (-6%) mentre i prodotti a marca del distributore raggiungono a settembre il 30%.

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Le famiglie che soffrono di più sono quelle più giovani e con figli piccoli che contraggono la spesa del 13% rispetto al 2019. Invece «le famiglie mature – nota l’Osservatorio – sono meno sensibili alla crisi e mantengono il carrello quasi inalterato assorbendo un incremento della spesa».

Tagli su pesce e vino

Il “risultato” è che lo scontrino è in aumento per tutti i comparti alimentari, a eccezione del pesce e del vino.

«I prodotti ittici sono l’unico segmento a segnare una concreta riduzione della spesa a fronte di volumi con flessioni fino al 30%. Una dinamica legata – dicono da Ismea – forse più alla percezione che ad una scelta ragionata».Esemplare il caso del salmone: a fronte di un aumento del prezzo del 25% i consumatori hanno contratto i volumi nel carrello del 31 per cento.

Il calo complessivo dei prodotti ittici è invece comunque contenuto al 3,4%: se pesa in maniera determinante il calo di acquisti del pesce fresco (-6,9%) ma anche quello dell'affumicato (-0,8%) e del surgelato (-3,6%), tiene bene il tonno in scatola per il quale i volumi venduti sono in ulteriore aumento (+0,8%) con una spesa che aumenta del 5,5%.

Per il vino la flessione in termini di quantità acquistate è del 7,3%, per la birra del 2,7%, per gli aperitivi dell’8%. «Nel segmento dei vini fermi sono i vini Doc, che rappresentano il 35% dell’offerta – nota il report – a mostrare le maggiori contrazioni (-5,2% in spesa e -8,6% in volume nei primi nove mesi 2022 su base annua). Sugli spumanti la flessione dei volumi nel periodo cumulato è più contenuta: solo del 2,3% con una contrazione di spesa dell’1,7 per cento».

Meno pane, stessa pasta, più uova

Pane e pasta sono, secondo l’analisi del paniere Nielsen, tra i prodotti che più evidenziano un aumento di prezzo in questi ultimi mesi. Ma se per il pane un aumento dell’11,5% ha comportato tagli del 7,7% delle quantità acquistate dall’inizio dell’anno, tagliando l’aumento della spesa effettiva quindi al 2,9%, per la pasta le quantità sono rimaste pressoché stabili, nonostante l’aumento del 22% dei listini.

Anche le uova sembrano essere favorite da questa situazione congiunturale e «far parte di quel paniere caratterizzato da facilità d'uso ed economicità verso il quale si stanno
orientando i consumi alimentari delle famiglie italiane». All’aumento del prezzo del 6,6% (sempre nei nove mesi) si “somma” infatti quello dei volumi (+3,3%), portando l’aumento di spesa oltre il 10%.

Da notare anche che nonostante l’impennata del prezzo del latte fresco a partire da aprile (a settembre ha raggiunto la quotazione media di 1,60 euro al litro, +13% annuo) i volumi sono scesi solo dell’1,1 per cento.

Carne a due velocità

Ilsettore delle carni, con un peso sullo scontrino del 10,6%, fa registrare un incremento di prezzo del 7,7% cui è corrisposta «una lieve diminuzione delle quantità acquistate (dell'1,6%) e uno spostamento verso tagli e aree merceologiche più economiche». Il taglio di spesa più evidente (-7%) è sulla carne bovina (la più costosa) mentre sono in controtendenza gli acquisti delle carni suine per le quali i volumi sono cresciuti del 4,4% anche a fronte di un aumento dei prezzi (+4%). Scende anche il consumo di carne bianche che sono aumentate fino al 25%.

«Se si cerca di risparmiare sui prodotti ritenuti non di prima necessità ne fanno le spese alcune eccellenze quali i prodotti di qualità certificata della salumeria. Il prosciutto di Parma Dop – esemplifica Ismea – per il quale l'aumento del prezzo si è inserito su una base già di alto livello per la categoria, ha costretto i consumatori della fascia economica più debole a ridurre drasticamente i volumi (-11,5%) di prodotto nei carrelli con un risparmio complessivo del 6,7% rispetto al 2021».

Formaggi e olio tengono

La spesa per i prodotti lattiero-caseari, che pesa sullo scontrino il 13,2%, è aumentata nei primi nove mesi del 4,1%. Si va dal +0,8% dei molli al +3,8% dei duri, ai +7,2% degli industriali. Rispetto ad altri prodotti, «è evidente che la filiera è riuscita in qualche maniera a contenere gli incrementi dei costi di produzione», nota Ismea.

In netto aumento la spesa per gli olii (+15,5%) seguito da quello per bevande analcoliche (+11,2%) e derivati dei cereali (+8,9%). L’olio extra vergine di oliva, con un aumento del prezzo medio del 11,6%, diminuisce nel carrello del 3,9%.

La spesa per l’ortofrutta cresce di oltre il 3% «con oscillazioni dei prezzi relazionati anche a fattori meteorologici e produttivi che rendono difficile una lettura generalizzata».

Un quadro destinato a peggiorare?

«Se finora si poteva parlare di scarsa propensione degli italiani al risparmio nell'acquisto di beni alimentari – si legge nell’Osservatorio – da settembre la situazione comincia a farsi più pesante: la continua corsa dei prezzi causata dall'aumento del costo di energia e delle materie prime ha portato l'inflazione a pesare ancor di più sul bilancio delle famiglie italiane, pertanto, nell'ultima parte dell’anno, i consumi potrebbero variare sensibilmente. Gli italiani compressi tra i prezzi che aumentano e i salari che rimangono inchiodati a un +0,8%, vedono scivolare in basso il loro potere d'acquisto e cercano vie d'uscita che impattano anche sull'approvvigionamento alimentare».

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