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Ecco come saranno le case smart: connesse alle reti urbane e sostenibili

di Adriano Lovera


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UpTown Gardens di Roma (Foto MCD)

3' di lettura

Iperconnesso, autonomo ed efficiente dal punto di vista energetico, pieno di domotica. Sarà così l’edificio “smart” del futuro. E non occorre aspettare molto, perché alcuni progetti sono già realtà. Ormai il mercato sta virando verso la costruzione di immobili intelligenti, sia per rispondere alle richieste degli acquirenti, sia per adeguarsi a obblighi di legge che riguardano non solo le nuove costruzioni, ma anche le opere di riqualificazione.

Il roadshow Anitec-Assinform
L’edificio smart è anche al centro di un roadshow che Smart Building Italia, insieme ad Anitec-Assinform (Confindustria) e Ance, sta portando in giro per l’Italia per far attecchire le novità a tutta la filiera, dai progettisti agli installatori, fino anche alle amministrazioni comunali.

Primo imperativo: massima connessione. Che non significa semplicemente portare la fibra ottica negli appartamenti (già obbligatorio per legge), ma pensare gli spazi per dotarli del massimo grado possibile di domotica. «Gestire luci e tapparelle per mezzo di una app, controllare a distanza l’interno dell’abitazione, tramite lo smartphone e un sistema di telecamere, o regolare in remoto la temperatura dell’ambiente – secondo Fabio Checchi, membro del gruppo di lavoro “Habitat digitale” di Anitec-Assinform – sono dotazioni sempre più comuni, almeno nel nuovo, da cui sempre meno si potrà prescindere».

Il boom della domotica
Bastano alcuni dati per testimoniare la fame di domotica del pubblico: il mercato della smart home (apparecchi domotici tra cui ad esempio gli home speaker come Alexa di Amazon) vale in Italia 380 milioni e solo nel 2018 è cresciuto del 52%. In Germania vale già cinque volte (1,8 miliardi), in Cina nel solo primo trimestre 2019 sono stati venduti oltre 10 milioni di assistenti virtuali, 5 milioni negli Stati Uniti.

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La direttiva europea
Ma l’aspetto principale è quello della sostenibilità energetica ed è su questo terreno che a fornire un inquadramento di quel che si richiede all’edificio smart ci pensa la direttiva europea 2018/844, che gli Stati dovranno adottare entro marzo 2020, che punta entro il 2050 all’obiettivo Nzeb (nearly zero energy building). In Italia, la futura legge di recepimento si aggiungerà a quanto già prescritto dal cosiddetto decreto “requisiti minimi” del 2015. Quest’ultimo si limita ad alcuni aspetti dell’efficienza energetica e fissa il rispetto di parametri in fatto di coibentazione dell’involucro o trasmittanza delle finestre.

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Ma la direttiva estenderà via via l’adozione di strumenti come i punti di ricarica per auto elettriche (saranno obbligatori nei garage con più di 10 posti auto), il cosiddetto Basc (Building&automation control system) – almeno nei grandi condomini – in pratica grandi centraline digitali capaci di monitorare, analizzare e adeguare i consumi, tali da rendere superflue le ispezioni fisiche degli impianti di riscaldamento e condizionamento. Inoltre, agli edifici sarà richiesta la predisposizione per collegarsi a reti di teleriscaldamento, se presenti, o di dialogare con la rete elettrica.

La Classe A non basta
«In sostanza, da semplice involucro che trattiene il caldo o il fresco, all’edificio sarà richiesto di diventare intelligente e comunicare con l'esterno», secondo Pasquale Capezzuto, dell’associazione Energy managers.

Tutte queste caratteristi che oggi riguardano, e solo in parte, gli edifici nuovi e solo nei progetti di pregio, perché le costruzioni in classe A non per forza sono iper moderne, ma secondo uno studio dell’Enea si limitano di solito a migliorare l’isolamento dell'involucro e combinare pompe di calore elettriche (per lo più aria-acqua) con un impianto fotovoltaico per la produzione di energia elettrica, oppure abbinare una caldaia a condensazione con un impianto solare termico per l’acqua calda sanitaria. In futuro, però, a diventare “intelligenti” dovranno per forza essere gli edifici esistenti per mezzo di profonde ristrutturazioni, dal momento che il consumo di suolo è sempre più contingentato nei piani regolatori, soprattutto nelle aree urbane.

Cambiamento lento
«Secondo le stime di oggi, si prevede che l’85% delle costruzioni esistenti saranno ancora in piedi nel 2050», dice Cecilia Hugony, ad di Teicos group, una delle società che collabora con il Comune di Milano nei primi esempi di condomini ristrutturati nell’ambito del progetto Sharing Cities.

L’edificio smart, infine, impone di essere pensato fin dalla progettazione, che ormai deve necessariamente essere di tipo Bim. Il decreto 56/2017 già impone, a partire dal 2020 per i lavori più grandi e poi entro il 2025 per quelli di qualsiasi importo, di usare il Building information modeling (Bim) per le opere pubbliche. Il privato ha già iniziato a adeguarsi.

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