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Il nuovo spread da 2.900 punti che spaventa l’Eurozona

Il differenziale tra i prezzi alla produzione e i prezzi al consumo ha raggiunto livelli esorbitanti nell’area euro lasciando ipotizzare che la lotta all’inflazione sarà ben più ardua di quel che si creda

di Vito Lops

Ecco il nuovo spread che spaventa l’Eurozona

3' di lettura

La Banca centrale europea ha convocato una riunione di urgenza per provare ad arginare lo spread. Questa parola, che tecnicamente sta per “differenziale”, è ormai entrata a pieno regime nel lessico finanziario europeo come differenza di rendimenti tra i titoli di Stato dei Paesi più indebitati (Italia, Grecia e Portogallo su tutti) e il bond governativo più sicuro dell'area euro, il Bund tedesco.

L’altro spread

Un aumento eccessivo dello “spread” rischia di causare seri problemi per i Paesi finanziariamente più fragili e, a cascata, per l'intera tenuta dell'Eurozona. C'è però un altro spread, di cui si parla ancora poco, che potrebbe rappresentare, qualora non arginato, una preoccupazione ancora più ampia per l'Eurozona e per la sua stabilità economica.

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Trattasi del differenziale tra i prezzi alla produzione (quelli che devono pagare le imprese quando importano i prodotti) e i prezzi al consumo (il costo dei beni e servizi al dettaglio). Possiamo definire i primi come una sorta di “inflazione a monte”, i secondi come l' “inflazione a valle”.

Il differenziale dei prezzi

L'attuale eccezionale scenario economico - appesantito dagli effetti della pandemia a cui si sono aggiunti da febbraio quelli della guerra tra Russia e Ucraina - sta facendo lievitare tanto i prezzi al consumo (8,1% nell'Eurozona a maggio, livello mai raggiunto nell'esperienza poco più che ventennale della moneta unica) quanto, e molto di più, i prezzi alla produzione che nell'ultima rilevazione di aprile sono balzati al record del 37,2%. Di conseguenza lo spread tra i due valori è di 2.900 punti base (29 punti percentuali). Più che spread dovremmo chiamarla voragine.

Perché questa enorme distanza tra le due più importanti forme di misurazione dei prezzi di un'area economica (produzione e consumi appunto) rischia di diventare una minaccia ben più seria dello spread tra titoli di Stato?

Allarme inflazione

«Perché i prezzi alla produzione sono un indicatore che di solito anticipa quello dell'inflazione al consumo - spiega Eugenio Sartorelli, membro del direttivo Siat, Società italiana analisi tecnica ed esperto di analisi intermarket -. Osservando un'inflazione a monte così elevata è ragionevole ipotizzare che una buona parte di essa si trasferirà nei prossimi mesi nei prezzi a carico dei consumatori. Se le imprese non lo faranno ovviamente rischieranno di fallire o di licenziare. Da qualunque angolo la si osservi resta comunque una grossa gatta da pelare».

Il confronto con gli Usa

Il dato stride ancora di più se lo si mette a confronto con gli Stati Uniti dove i prezzi alla produzione sono al 10,8% e l'inflazione a carico dei cittadini consumatori all'8,6%. «Ciò vuol dire che la pressione a valle sui prezzi nei prossimi mesi sarà di gran lunga inferiore negli Usa rispetto all'Eurozona», conclude Sartorelli. Se quindi i prezzi alla produzione svolgeranno la loro naturale funzione di “leading indicator”, ovvero di dato anticipatore dell'inflazione, vorrà dire che la battaglia della Bce contro il caro-vita potrebbe essere più difficile di quel che si creda. Allo stesso tempo, sempre confrontando l'andamento con gli Usa, questo nuovo spread indica che l'Eurozona corre rischi più seri rispetto agli States di dover affrontare le sabbie mobili della stagflazione, lo scenario economico peggiore perché caratterizzata dalla contemporanea presenza di inflazione e bassa, quando assente, crescita economica.

Gli Stati Uniti, invece, hanno maggiori probabilità di sconfiggere l'inflazione attraverso il compromesso del rallentamento economico o, nella peggiore delle ipotesi, di una breve recessione. Un quadro difficile ma certamente più roseo del nemico numero uno della macroeconomia: la stagflazione.

LO SPREAD FRA EUROPA E USA
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