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Ecco perché Bannon è uscito, Trump si affida al team dei generali e a Jared

di Mario Platero

Generale H.R. McMaster. (REUTERS)

3' di lettura

Donald Trump ha dunque agitato i venti di guerra. La rappresaglia militare americana contro il regime di Bashar Assad, colpevole di aver usato contro la sua stessa popolazione armi chimiche, diventa un “game changer” su più livelli. Riafferma la presenza attiva dell’America in Siria dopo le incertezze e latitanze dell’Amministrazione Obama. Ripropone la necessità di un cambiamento di regime a Damasco dopo che la questione, anche dalla stessa Amministrazione Trump era stata messa in secondo piano. Lancia un avvertimento a Mosca: il tempo delle incursioni impunite per allargare i confini di influenza russa e' finito. Soprattutto segnala la vittoria di quei ministri e uomini del Presidente, Jim Mattis al Pentagono, Rex Tillerson al dipartimento di Stato, John Kelly alla Sicurezza Interna e HR McMaster al National Security Council che rappresentano la continuità degli interessi vitali americani. Per definizione, quando si parla di Sicurezza Nazionale, quegli interessi non possono avere uno spiccato colore di politica interna o di politica elettorale.

A parte Tillerson, i tre personaggi chiave per la sicurezza americana sono generali o ex generali. Mattis è stato alla guida delle forze alleate in Iraq, ha servito alla Nato e ha guidato fino al 2013 il Comando Centrale per il coordinamento delle operazioni militari in Iraq e in Afghanistan. Conosce a fondo il territorio e la psicologia dei suoi avversari. La svolta, per gli equilibri dell’Amministrazione, è chiave: non è un caso che Stephen Bannon sia stato allontanto del Security Council lo stesso giorno in cui si è avuta notizia dell’attacco chimico di Assad contro i ribelli siriani e poi dell’attacco all’ospedale dove i feriti erano stati ricoverati.

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Sappiamo che Bannon aveva ispirato Trump a non perdersi in minacce per il cambiamento di regime a Damasco o in rappresaglie in caso di un attacco chimico per concentrarsi invece nella lotta per distruggere ISIS. Le indiscrezioni dicono che Bannon abbia insistito su questa linea anche dopo l’attacco di Assad di due giorni fa. Per McMaster, grande stratega, pluridecorato, critico delle azioni che hanno portato alla guerra in Vientam in un libro del 1997 divenuto oggi un manuale per gli allievi delle accademie militari la partita doveva chiudersi subito: non avrebbe accettato di avere fra i piedi uno pseudo rivoluzionario che metteva la politica interna davanti alla Sicurezza Nazionale.

Trump si è reso conto, consigliato dal genero Jared Kushner e dal capo di Gabinetto Reince Priebus, che era giunto il momento di dare spazio a coloro che nell’Amministrazione hanno «la testa sulla spalle». Questo diventa il vero cambiamento politico avvenuto in questi giorni a Washington. Dopo le dimissioni di Michael Flynn di due mesi fa, il ridimensionamento di Bannon la dice lunga sui nuovi equilibri nelle vicinanze dell’Ufficio Ovale. Sappiamo che Mattis, Kelly, McMaster e Tillerson lavoravano da tempo per neutralizzare l’influenza negativa di Bannon sul Presidente in materia di politica estera. Ma i tempi sembravano più lunghi. Con il suo maldestro attacco chimico, per dimostrare all’opposizione di essere pronto a tutto pur di sedare la rivolta Assad ha commesso un errore sia tattico che strategico. Ha invitato un attacco militare contro il suo governo, attacco che rafforza e da energia alle forze ribelli sempre più deboli. E ha riportato la nozione del cambiamento di regime a Damasco in cima alle priorità americane.

La Russia ha protestato e minacciato per questa azione militare. Ma a Mosca Vladimir Putin dovrà prendere atto del fatto che l’America ha deciso di riaffermare il suo ruolo di superpotenza anche sul piano militare. E che a Washington i consiglieri di Trump che guardavano con simpatia alla Russia, cercando di ricucire un dialogo, di offrire una via d’uscita indolore dalla guerra in Ucraina, di eliminare le sanzioni non sono più nel “Cerchio Magico” del Presidente. Lo stesso messaggio dovrà essere letto con attenzione anche in Iran e Turchia. Da ieri qualcosa di importante è cambiato nella politica estera americana.

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