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Perché la Bce potrebbe abbandonare il 2% di inflazione

Le implicazioni sui mercati finanziari, in minima parte viste ieri con un violento calo dell’euro, potrebbero essere significative perché a quel punto si andrebbero a scontare nuove e più forti manovre espansive

di Vito Lops


Quali armi restano alla Bce in uno scenario di turbolenza sui mercati

3' di lettura

L'ultima seduta di contrattazioni (18 luglio) ha evidenziato una forte volatilità sul cambio euro/dollaro. In particolare al minuto 28 dopo le ore 12 quando gli investitori hanno appreso del contenuto di un paper di Massimo Rostagno, direttore generale per la politica monetaria della Banca centrale europea, in cui indica che l'istituto starebbe studiando la revisione del target sull'inflazione, attualmente vicino al 2%, timone della sua politica monetaria. Secondo la notizia, rilanciata dall'agenzia Bloomberg, lo staff della banca centrale sta valutando se l'attuale target sui prezzi sia appropriato in un’era di post-crisi.

Nei primi 10 anni di Eurozona l’inflazione dell’area euro si è attestata in media all’1,8%, centrando quindi l’obiettivo statutario «inferiore ma vicina al 2%». Nel successivo decennio invece la media è scesa all’1,2%, allontanandosi di parecchio. A giugno l’inflazione si è attestata all’1,3%.

Il dato che preoccupa di più l’istituto centrale è quello relativo all’inflazione prospettica. Le previsioni (grafico inflazione 5y5y) su come si muoverà l’inflazione nei prossimi 10 anni sono recentemente scese al minimo storico (1,12%) per poi risalire leggermente all’1,25%. In ogni caso siamo decisamente lontani dal target.

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Ed è probabilmente anche per questo che anziché rincorrere quello che sta diventando una sorta di mito, ovvero un'inflazione di lungo periodo vicina al 2%, la Bce potrebbe cambiare le regole del gioco, modificando il target, aprendo alla possibilità di un rialzo oltre la barriera del 2%. Il dibattito, peraltro, interessa anche la Federal Reserve che starebbe pensando a un “2% flessibile”.

Se davvero la Bce andasse in questa direzione i mercati potrebbero andare a scontare nuove manovre espansive, dal taglio dei tassi (ad oggi gli investitori stanno già scontando un taglio di 10 punti base a settembre del tasso sui depositi) fino al lancio della seconda edizione del quantitative easing. Ed è per questo che ieri l'euro è sceso in pochi secondi da 1,124 dollari a 1,12 per poi riportarsi a 1,122, comunque in calo rispetto ai valori della vigilia.

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Il paradosso è le stesse misure espansive che i mercati stanno in parte iniziando a scontare nuovamente, ed anche per questo motivo il rendimento dei BTp a 10 anni è scivolato all’1,5%, il livello più basso dal 2016, sono le stesse che finora però non sono riuscite a portare la Bce verso quel target che starebbe pensando di mettere in discussione.

Il discorso non riguarda poi solo la Bce ma può estendersi alle economie più avanzate, quindi anche a Usa e Giappone. Non va infatti dimenticato che oggi, nonostante una quantità di stimoli senza precedenti (tre quantitative easing da parte della Fed che hanno poi ispirato anche le altre banche nel mettere a punto misure espansive non convenzionali) le istituzioni monetarie del G-7 fanno fatica a visualizzare all'orizzonte un obiettivo di inflazione pari al 2%.

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Questo perché le pressioni deflazionistiche sono molto più forti che in passato. Si pensi alla cosiddetta Amazonification. Ma anche al paradosso dei tassi bassi. Le banche centrali hanno portato il costo del denaro su livelli vicino allo zero (nel caso della Bce lo zero c'è tutt'ora) proprio per stimolare la crescita e l'inflazione su livelli considerati “sani”, ma questi stessi tassi bassi, dal momento che tengono in vita imprese meno efficienti (che sarebbero spazzate via dal mercato nel caso dovessero pagare interessi più alti per finanziarsi) esercitano una pressione al ribasso sui prezzi perché impediscono alle aziende più efficienti di aumentarli.

C'è poi anche il tema dell'invecchiamento della popolazione delle società sviluppate. E si sa che più si va avanti con l'età più si eleva la propensione al risparmio e scema quella agli investimenti. E sono i secondi a spingere l'inflazione.

Le ragioni per cui si fa oggi una tremenda fatica a riportare il livello di inflazione nel medio periodo intorno alla soglia del 2% sono quindi molteplici. Il punto è che non si tratta di cause passeggere ma strutturali. Ecco perché sta crescendo il partito di coloro che pensano che piuttosto che sperare che il mondo cambi e torni al recente passato, sarebbe più saggio che siano le banche centrali a cambiare, a ricalibrare gli obiettivi di politica monetaria, adeguandoli al profondo mutamento macroeconomico dell'ultimo decennio.

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