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Ecco perché il coronavirus sta facendo balzare l’euro

La Federal Reserve ha risposto all'emergenza in modo più rapido e massiccio rispetto alla Bce. Questo ha favorito un restringimento dello spread tra i titoli Usa e quelli tedeschi. E a cascata (favorendo un deprezzamento del dollaro) ha riportato l'euro sopra quota 1,12 contro il biglietto verde. Per gli esperti non è da escludere un balzo della divisa europea fino a quota 1,20

di Vito Lops

Coronavirus, mossa a sorpresa della Fed

La Federal Reserve ha risposto all'emergenza in modo più rapido e massiccio rispetto alla Bce. Questo ha favorito un restringimento dello spread tra i titoli Usa e quelli tedeschi. E a cascata (favorendo un deprezzamento del dollaro) ha riportato l'euro sopra quota 1,12 contro il biglietto verde. Per gli esperti non è da escludere un balzo della divisa europea fino a quota 1,20


4' di lettura

Negli ultimi due anni la cronaca finanziaria del cambio euro/dollaro ha offerto pochi spunti. Il cambio più “scambiato” al mondo (con un controvalore quotidiano di circa 5mila miliardi di dollari) ha oscillato blandamente tra 1,1 e 1,12. Per diversi mesi le forze che solitamente agiscono su un cross valutario tra due aree economiche (quella macroeconomica e quella monetaria) non hanno riservato grandi sorprese e questo si è riflesso su una stabilità eccezionale della valutazione.
Nelle ultime sedute però l'euro ha registrato un balzo considerevole nei confronti del biglietto verde portandosi dai minimi di periodo in area 1,07 (20 febbraio) sino a quota 1,12 (3 marzo). Un balzo di cinque figure – come lo definiscono gli esperti del mercato delle valute Forex – che non è passato inosservato. Dato che appunto arriva dopo un lungo periodo di “vacche magre”.

ECCO PERCHÉ IL CORONAVIRUS STA FACENDO BALZARE L'EURO

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È evidente che il coronavirus – virus al momento senza vaccino e potenzialmente ad impatto globale – ha giocato il suo ruolo, così come su Borse e bond, anche sulle valute. In che modo la paura di un'estensione del contagio da Covid-19 ha impattato sull'euro?

«La prima spinta al rialzo dell'euro sul dollaro è arrivata dall'aumento della volatilità sui mercati finanziari – spiega Vincenzo Longo, strategist di Ig -. Questo ha spinto molti operatori a chiudere le operazioni di carry trade, con cui in tempi di bassa volatilità si indebitano in euro e investono in dollari per via del differenziale dei tassi tra le due aree. La chiusura delle operazioni di carry - che comporta i riacquisti di euro - ha quindi dato una prima spinta rialzista all'euro». La seconda è arrivata dalla decisione (3 marzo) della Federal Reserve che ha sorpreso un po' tutti tagliando i tassi in via straordinaria di 50 punti base. Erano 12 anni che la Fed non agiva – come ha fatto il 3 marzo – fuori dal calendario ordinario degli appuntamenti. La Banca centrale degli Stati Uniti ha ridotto il costo del denaro nel range compreso tra 1 e 1,25%. Ma non è l'unica mossa che gli investitori si aspettano. I rendimenti dei titoli di Stato Usa a 2 anni (che nel frattempo sono scivolati allo 0,63%, quasi 100 punti base in meno rispetto all'1,57% di inizio anno) incorporano già altri tagli per complessivi altri 50 punti base.

Dal suo canto la Bce non ha ancora mosso alcuna pedina e, obiettivamente, ne ha molte meno rispetto alla Fed. I mercati scontano un taglio del tasso sui depositi di 10 punti base da -0,5% a -0,6%. Ma trattandosi già di tassi ampiamente sottozero su questo fronte la Banca europea si è riservata poco spazio di manovra di fronte alla prossima (e questa del coronavirus potrebbe esserlo anche se ci si augura di no) crisi.

Quindi dal punto di vista monetario la Fed ha più spazio per svalutare il dollaro rispetto alla Bce. E lo si è visto chiaramente nelle ultime sedute. Il rialzo dell'euro/dollaro è inversamente proporzionale (come dimostra il Grafinomix di giornata) all'andamento dello spread tra i rendimenti dei titoli Usa e quelli tedeschi (che sono un po' lo specchio delle manovre attese dalle rispettive banche centrali). In due settimane – le stesse in cui il coronavirus si è esteso a macchia di leopardo dalla Cina sul pianeta – lo spread Usa/Germania è passato da 206 punti a 145. Nello stesso range temporale l'euro/dollaro è salito di 5 figure.

Va peraltro detto che il dollaro non si è svalutato solo nei confronti dell'euro ma anche rispetto alle altre principali divise globali come sintetizzato dal dollar index che è scivolato dai 100 punti del 20 febbraio ai 97,4 del 4 marzo. Una svalutazione di oltre due punti percentuali arrivata in un momento di elevata volatilità suona ancora più forte considerato che il dollaro è uno dei beni rifugio che tende a rafforzarsi proprio nei momenti di turbolenza finanziaria. Ma evidentemente l'effetto monetario (il taglio dei tassi Fed) è stato ancora più forte.

A questo punto cosa aspettarsi per il cambio euro/dollaro? Continuerà a salire? «La componente monetaria, ovvero il maggiore spazio di manovra della Fed sulla Bce, potrebbe spingerlo fino in area 1,14-1,15 nei prossimi mesi – continua Longo -. Ma la componente macroeconomica fa da contrappeso, perché il coronavirus rischia di indebolire più l'Eurozona rispetto agli Usa e in un contesto di rallentamento economico è difficile immaginare una forte spinta dell'euro».

Secondo Antonio Cesarano, chief global strategy di Intermonte Advisory, molto dipenderà dalle manovre che adotterà la Fed. «Il taglio dei tassi è una misura convenzionale ma gli investitori si aspettano ben altro. Il vero punto è l'innalzamento della liquidità a breve termine. E su questo che i mercati si aspettano una forte mossa della Fed. Anche perché è motivo di tensione finanziaria, dato che inizia a scarseggiare. Come dimostra l'asta del 4 marzo sui pronti contro termine, fino ad un massimo di 100 miliardi di dollari, ha ricevuto richieste per 114 miliardi, è il secondo giorno che la Fed di New York, il soggetto che per conto della Federal Reserve gestisce queste operazioni sul mercato all'ingrosso, non riesce ad accontentare le richieste. Se la Fed accontenterà gli investitori con una forte infusione di liquidità (l'ipotesi è di incremento del bilancio di circa il 50% in prospettiva) – prosegue Cesarano - non è da escludere un marcato deprezzamento del dollaro che solo in parte potrebbe essere bilanciato da manovre simili da parte della Bce (ad esempio un QE green nella seconda parte del 2020). Di conseguenza, lo scenario centrale per la seconda parte dell'anno rimane a favore di un target di 1,15 con possibile innalzamento del target in area 1,20, nel caso in cui le manovre delineate verranno effettivamente implementate entro giugno, in nome dell'emergenza virus. Ma prima di allora, possibili corposi e rapidi rialzi dei mercati azionari all'interno del trend ribassista dei listini azionari entro maggio, potrebbero comportare un altrettanto temporaneo ritracciamento del cambio fino a 1,08-1,09».

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