la finestra sul cortile

Ecco perché la corsa delle Borse non è ancora finita

Dopo un 2019 super per le Borse, il 2020 sarà in ribasso? No: il mercato Toro dovrebbe continuare. Per questi motivi

di Ken Fisher*


Oroscopo mercati 2020: tassi in salita ma poi corto circuito delle borse

4' di lettura

Il 2019 è stato l’anno migliore del decennale mercato Toro. Le azioni globali hanno avuto un ritorno del 30% dividendi inclusi, in linea con le mie previsioni per il 2019 al livello più alto del range. Mentre i rendimenti per il 2020 dovrebbero rallentare, questo mercato Toro dovrebbe continuare.

La maggioranza degli esperti finanziari la pensa diversamente. Pensano che la corsa del 2019 verso nuovi massimi non sia destinata a durare e temono l’incertezza politica e la crescita moderata. Inoltre, le elezioni americane del 2020 costituiscono un’incognita. Come mai allora non conviene vendere e incassare il risultato conseguito, schivando i ribassi che si profilano all’orizzonte?

Ecco perché: i mercati non funzionano in questo modo. Innanzitutto, gli anni caratterizzati da performance eccellenti non pregiudicano l’andamento delle azioni in futuro. Infatti, dal 1970 ad oggi i mercati azionari globali sono saliti di almeno il 20% per 18 dei 49 anni trascorsi e l’anno successivo le azioni hanno registrato rialzi per ben 15 volte, seppur a ritmi diversi. E che dire dei tre ribassi? Nel 1994 si è trattato di un modesto -0,4%, mentre le altre due flessioni, registrate rispettivamente nel 1973 e nel 2000, erano dei mercati Orso.

Tuttavia, quei mercati Orso non furono imputabili alle eccellenti performance delle azioni, quanto piuttosto all’euforia che accecava gli investitori. Nel periodo precedente il 1973 tutta l’attenzione dei banchieri americani era rivolta alle Nifty Fifty, un gruppo di titoli azionari alquanto popolari e ritenuti sempre appetibili per i portafogli degli investitori. Nel frattempo i governi mondiali iniziarono a interferire con la fissazione dei prezzi e l’embargo petrolifero dei Paesi arabi incombeva sui mercati. Ma tutto ciò sfuggì completamente alla vista degli investitori accecati dall’euforia.

Lo stesso accadde nel 2000 con la moda passeggera delle dot.com. Furono in pochi a scorgere l’inversione della curva dei rendimenti statunitense e le migliaia di Ipo (offerte pubbliche iniziali) “spazzatura” che avevano ingigantito l’offerta azionaria. Come scrivo spesso, i mercati Toro si concludono solamente in due modi: travolti da un wallop, ovvero un evento negativo imprevisto e di enorme portata, oppure, più spesso, in un contesto di euforia generalizzata. Sia nel 1973 che nel 2000 si è trattato del secondo caso: la smania degli investitori oscurò l’inizio dei mercati ribassisti.

Attualmente questi segnali sono pressoché assenti: le performance delle Ipo si sono dimostrate piuttosto deboli e si registrano poche operazioni di M&A con concambio azionario. Gli investitori hanno inoltre ridotto il proprio ricorso al debito per finanziare gli investimenti in Borsa e i fondi azionari hanno registrato flussi netti in uscita, il che rappresenta sempre un segnale di scetticismo rialzista. Dal massimo raggiunto a dicembre 2017 ad oggi il sentiment degli investitori italiani ha subito una drastica flessione. Nessuno dice che stiamo vivendo in un boom economico permanente. Una fase di euforia? Adesso? Che assurdità!

Dal punto di vista politico, i risultati delle elezioni presidenziali statunitensi - previste per novembre - suscitano forti timori. Gli esperti di Wall Street avvertono che i candidati democratici paralizzeranno i mercati azionari. La numerosità dei partecipanti alla corsa elettorale alimenta l’incertezza, ma non si tratta di nulla di straordinario. Infatti, i rendimenti tendono a risentire dell’effetto dell’incertezza all’inizio degli anni elettorali, ma successivamente la situazione viene capovolta man mano che la corsa elettorale prende forma. Si tratta di un fattore rialzista. Considerando il dollaro come valuta, le azioni statunitensi hanno registrato rialzi nell’83% degli anni elettorali fin dal 1925, totalizzando, in media, guadagni dell’11%, la maggior parte dei quali è stata realizzata all’avvicinarsi dello scrutinio elettorale.

Di quanto crescerà il mercato nel 2020? Non ne ho la più pallida idea. La corsa alla Casa Bianca capeggiata da un candidato democratico implicherebbe guadagni al di sotto della media per il prossimo anno, dato che le campagne anti-business alimentano possibili timori. Ma è anche vero che un’eventuale vittoria dei democratici si tradurrebbe in un 2021 dalle performance eccellenti, poiché le promesse estreme raramente si materializzano. Al contrario, la continuità presidenziale derivante da una possibile rielezione di Donald Trump lascerebbe presagire un 2020 caratterizzato da rendimenti al di sopra della media.

A partire dal tanto pubblicizzato conflitto Usa – Iran, aumentano i timori che un’escalation militare porti a ricadute economiche e al caos sui mercati azionari. Ignorateli. Abbiamo una lunga storia di conflitti in Medio Oriente e questi non causano mercati Orso. Nei miei interventi su questo giornale (ottobre 2018 e agosto 2019) ho già spiegato che il petrolio non ha più il potere dirompente di una volta sulle economie.

Quindi, considerando che non vi sono valide ragioni per aspettarsi un mercato ribassista, e nonostante il 2020 possa non essere altrettanto allettante quanto il 2019, dovreste comunque rimanere rialzisti.
*Analista finanziario, presidente di Fisher Investment, contributor Ft e Il Sole 24 Ore

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