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Ecco perché è arrivato il momento di abolire le tasse universitarie

Il calo delle iscrizioni in un Paese con una popolazione studentesca così esigua è allarmante

di Dario Braga

3' di lettura

Tutti sono d’accordo, almeno a parole, sul fatto che il futuro dell’Italia si giochi sulla sua capacità di produrre innovazione, di essere ideatore e non solo utilizzatore, di essere motore e non solo rimorchio, ecc. ecc. e su come tutto questo si fondi sulla sua filiera formativa, dalla scuola all’università.

Il calo delle iscrizioni all’università, per un Paese che già era nella coda della distribuzione percentuale della popolazione studentesca, è quindi notizia allarmante.

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Leggo analisi molto condivisibili che legano il fenomeno ad almeno due fattori concorrenti: da un lato, l’aumento del costo della vita – con sempre meno famiglie in grado di sostenere i figli negli studi universitari – e, dall’altro, l’impossibilità o estrema difficoltà a reperire alloggi per gli studenti universitari, soprattutto nelle grandi città, a causa della diminuzione dell’offerta e dell’aumento degli affitti.

Purtroppo, non c’è da sorprendersi: sono nodi irrisolti. Difficile anche avanzare proposte che possano ambire a invertire la tendenza in tempi brevi, ma qualche ragionamento forse si può fare.

Sul tema della casa, le amministrazioni (sia universitarie sia cittadine) hanno delegato la risposta al mercato, pur sapendo che il mercato degli alloggi per studenti è largamente non regolato e sommerso. Gli “studenti risorse per la città”, certo, ma se ci si affida al mercato non ci si può sorprendere se il proprietario di case trova soluzioni più vantaggiose, né si possono cercare modi per condizionarne le scelte. Nemmeno contare solo sugli studentati pubblici può funzionare e questo per due ragioni. Primo, perché sono troppo pochi e, secondo, perché il “filtro Isee” – in un Paese ad altissima evasione ed elusione fiscale – non garantisce veramente i «meritevoli e bisognosi».

La situazione degli alloggi si è aggravata con il ritorno alla normalità, anzi con l’esplosione di normalità che ha investito l’inizio dell’anno accademico 2022-2023. Una sorta di long Covid al contrario: forte domanda di alloggi dagli studenti per la decisione di tornare al 100% alle lezioni in presenza e forte domanda di turismo per recuperare le rinunce del 2020 e del 2021.

Sul ritorno repentino alla didattica in presenza qualche considerazione forse andrebbe fatta. Chi scrive è il primo a sostenere (e sulla base dell’esperienza personale di due anni orribili di insegnamenti online) che la didattica a distanza è un’ottima soluzione emergenziale che non può sostituire l’aula e l’interazione tra gli studenti e tra questi e il docente. Tuttavia, resta il fatto che molte studentesse e studenti hanno basato la loro scelta universitaria – peraltro fatta quando lo scenario era ancora incerto – sulla convinzione che gli atenei non avrebbero rinunciato a sfruttare gli investimenti fatti per fronteggiare la pandemia e non avrebbero fatto passi indietro sulla didattica ibrida, online e in presenza.

Per molti studenti, il ritorno repentino alla didattica esclusivamente in presenza è stata sicuramente una sorpresa amara. Ci si potrebbe chiedere se una transizione più morbida non avrebbe limitato le rinunce, riducendo (senza eliminarli) gli effetti dell’aumento dei costi e della mancanza di alloggi.

Mi rendo conto che in questo Paese le cose provvisorie facilmente diventano irreversibili. Comprendo il timore che una fase transitoria di “didattica mista”, pensata come ponte verso una normalità in presenza, potrebbe cristallizzare un’università a due velocità con studenti presenti e studenti remoti. Ma è pur vero che una gradualità di uscita dalla modalità mista ben governata poteva e potrebbe ancora sgonfiare il problema della casa.

In ultimo, ritorno sul tema delle tasse universitarie. Poco più di due anni fa, su questo giornale, lanciai una proposta nell’ambito della discussione sul Recovery fund in parallelo alla richiesta (ovvia) di maggiori investimenti in alloggi studenteschi e in borse di studio. Una proposta che ad alcuni parve provocatoria e ad altri semplicemente ingenua: rendere gratuito l’accesso all’università.

Oggi si parla di reddito di cittadinanza, si parla di riforma del sistema di tassazione, si parla di abbassamento dell’età pensionabile, ebbene, abolire le tasse universitarie sarebbe uno strumento potente per favorire l’accesso alla formazione universitaria dei giovani italiani, al di là del censo. Il migliore “incentivo fiscale” che un Paese che pensa al futuro possa mettere in campo in questo momento. Scusate se insisto.

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