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Ecco perché fondi di investimento e finanzieri «vanno nel pallone» (e il tifo non c’entra)

I nuovi proprietari dei club vogliono trasformare le società calcistiche da «monoprodotto» a «multiselling», puntando anche alla costruzione di stadi plurifunzionali

di Giancarlo Mazzuca

(ANSA)

2' di lettura

Potrebbe sembrare strano, ma il Covid non sta avendo un effetto solo boomerang sul fronte economico. Ci sono, infatti, eccezioni come nel caso dei magnati che hanno deciso d’investire nel settore del calcio. È vero che tutti i club, con gli stadi vuoti (o quasi), sul piano degli incassi stanno risentendo moltissimo degli effetti del contagio e i loro bilanci stanno facendo acqua da tutte le parti, ma proprio per questo diverse società calcistiche sono oggi sul mercato a prezzi stracciati. Chi vuole entrare nel “favoloso” mondo del pallone s’accomodi: il momento è giusto. A capirlo, sono soprattutto i magnati stranieri ben consapevoli del fatto che il treno passa una sola volta.

E, in effetti, è interessante rilevare come le percentuali delle proprietà straniere nei grandi club di alcuni Paesi europei abbiano raggiunto livelli già molto alti: addirittura il 75% nella perfida Albione, il 35 in Francia, il 30 in Italia e il 20 in Spagna. Solo nel calcio tedesco sembra esserci ancora il muro di Berlino e continua a funzionare il “nein” per i capitali esteri.

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Ma chi sono quelli “andati nel pallone”? Oltre ai fondi d’investimento, sono entrati in campo imprenditori e finanzieri. Se, in precedenza, a far la parte del leone erano i cinesi - che avevano un occhio di riguardo per le società italiane -, ma anche i russi e gli sceicchi arabi, oggi la scena è dominata dagli uomini d’affari statunitensi e canadesi.

L’ultimo acquisto “made in Usa” è stato il “Parma” rilevato dalla famiglia Krause, regina dei “minimarket” del Midwest (con un giro d’affari che raggiunge i 2,8miliardi di dollari) che ha sborsato 60 milioni di euro per rilevare il 60 % della società emiliana.

La domanda che, a questo punto, tutti si fanno nel mondo del calcio è una sola: ma questi investitori esteri del pallone sono anche un po’ tifosi? La risposta, nella stragrande maggioranza dei casi, è assolutamente no. Al di là del discorso pubblicitario e promozionale, i nuovi “mister Smith del football” vogliono trasformare le società calcistiche da “monoprodotto” a “multiselling” puntando anche alla costruzione di stadi plurifunzionali come da decenni stanno facendo in Gran Bretagna e negli Stati Uniti.

Non c’è solo calcio nel futuro di questi stadi a 360° gradi: supermarket, cinema, bar, ristoranti, palestre e, vicino, nuovi edifici residenziali con la riqualificazione delle aree urbane. Ci sono tante considerazioni che possono spiegare la calata straniera, in particolare degli investitori a stelle e a strisce. Ma il motivo è soprattutto quello già enunciato: oggi più che mai i costi delle acquisizioni di queste società calcistiche europee sono di gran lunga inferiori alle quotazioni ancora stellari di quelle, oltreoceano, del football americano e di altri sport.

La speranza è che il mondo del calcio, come tutto il resto, ritorni ad una vita normale e possa risultare di nuovo davvero appetibile: ce lo auguriamo tutti.

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