SCENARI

Ecco perché l’Europa unita rimane divisa tra est e ovest

di Sergio Fabbrini


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(© CHROMORANGE / Ohde)

4' di lettura

Le celebrazioni del Trentennale della caduta del muro di Berlino nel 1989 si sono appena concluse. Esse hanno enfatizzato la grande conquista della riunificazione economica e democratica del Continente resa possibile da quella caduta. Quest’ultima ha consentito di trasformare la Comunità economica dei Trattati di Roma del 1957 nell’Unione europea (Ue) del Trattato di Maastricht del 1992. Da allora, l’Ue è stata caratterizzata da continui allargamenti, al punto da far pensare che l’obiettivo degli Stati Uniti d’Europa fosse davvero dietro l’angolo. Però, le crisi multiple di questo decennio e quindi la Brexit hanno trasformato l’ottimismo dell’integrazione nel pessimismo della disintegrazione. Con quelle crisi, sono emerse nuove divisioni, in particolare tra gli Stati dell’Europa dell’ovest e quelli dell’est (i dieci Paesi entrati nell’Ue con il quinto allargamento del 2004 e 2007). Ora che la polvere delle celebrazioni si è depositata, vediamo cos’è avvenuto.

Sul piano economico, il quinto allargamento è stato un successo. Dopo un decennio di difficoltà e di ristrutturazioni (con forti costi sociali), i Paesi dell’Europa dell’est entrati nell’Ue hanno registrato, a partire dal 2014, una robusta crescita economica (mentre la crisi colpiva i Paesi dell’Eurozona). Se si considerano i tre Paesi del gruppo di Visegrad esterni a quest’ultima (la Slovacchia è entrata a farne parte nel 2009), essi hanno registrato una crescita del Pil annuale molto significativa (World Bank Series). Per quanto riguarda la Repubblica Ceca: 2,0 (2015), 4,8 (2016), 4,5 (2017) e 3,9 (2018) per cento. Per quanto riguarda l’Ungheria: 3,5 (2015), 2,3 (2016), 4,1 (2017), 4,9 (2018) per cento. Per quanto riguarda la Polonia: 3,8 (2015), 3,1 (2016), 4,8 (2017) e 5,1 (2018) per cento. Tale crescita è stata sostenuta dai fondi strutturali dell’Ue, fondi finalizzati ad aiutare i Paesi con un reddito medio procapite inferiore alla media dei Paesi più ricchi.

Tra il 2007 e il 2013, quei fondi hanno rappresentato il 3,5% del Pil della Repubblica Ceca, il 3,9% dell’Ungheria, il 3,6% della Polonia, il 3,9% della Slovacchia, il 4% della Bulgaria e il 3,2% della Romania. Secondo le stime di Quest Macroeconomic Model, nel periodo 2014-20, i fondi strutturali hanno rappresentato quasi il 4% del Pil ungherese, quasi il 3,5 del Pil polacco, più del 3% del Pil slovacco e quasi il 2,5% del Pil della Repubblica Ceca. Dunque, il mercato unico e le politiche redistributive hanno consentito ai Paesi del quinto allargamento di registrare tassi significativi di crescita e modernizzazione economiche.

Sul piano politico, però, le cose sono andate diversamente. Nei Paesi del quinto allargamento, in virtù dell’affermazione di nuovi leader nazionalisti, si è progressivamente affermata un’idea negativa dell’Ue, come se essa fosse un’organizzazione insensibile alle preoccupazioni dei cittadini di quei Paesi. In questi ultimi, si è diffuso un nazionalismo populista, alimentato da identità storiche ma attivato da specifiche scelte di policy. In particolare, è stata la politica dell’immigrazione avanzata dalla Commissione europea, con la proposta del 2015 di una allocazione forzosa di quote di rifugiati politici nei vari stati membri dell’Ue in base a parametri oggettivi, che ha radicalizzato il sentimento nazionalista. Naturalmente, tale sentimento si è affermato in quasi tutti gli Stati membri dell’Ue per via degli effetti delle crisi di questo decennio. Nei Paesi dell’Europa dell’est, tuttavia, il nazionalismo ha fornito il paradigma, concettuale ma anche sentimentale, per la costruzione delle loro nuove identità post sovietiche. Quei Paesi sono diventati sempre più nazionalisti dopo essere entrati, finalmente, in un’organizzazione (l’Ue appunto) nata per tenere sotto controllo il nazionalismo. Di qui, il loro rapporto conflittuale (e strumentale) con il progetto di integrazione.

Quest’ultimo doveva servire a garantire la sicurezza territoriale e a promuovere la crescita economica, non già per regolamentare la riacquisita sovranità nazionale. Per di più, in contrapposizione ai Paesi dell’ovest, quella sovranità nazionale è venuta ad essere interpretata in termini sempre più illiberali. Come disse il premier ungherese Viktor Orban nel luglio del 2014, «Noi dobbiamo rompere con i principi e i metodi liberali di organizzazione sociale (...) La democrazia liberale è incapace...di servire gli interessi della nazione». Con la conseguenza che la Commissione europea ha dovuto attivare l’Art.7 del Trattato (Tue) per sottoporre la Polonia (2017) e quindi l’Ungheria (2018) a procedura di infrazione per non rispettare i valori dello stato di diritto (formalmente celebrati dall’Art.2 dello stesso Trattato). In quei Paesi, l’economia si è rafforzata ma la democrazia si è indebolita.

Insomma, il quinto allargamento ha avvicinato i Paesi dell’est a quelli dell’ovest sul piano economico, ma li ha allontanati sul piano politico. Un esito imprevisto dai leader occidentali, visto i modelli con cui l’hanno pensato. Per i Realisti (che pensano all’Ue come una organizzazione quasi internazionale), l’allargamento doveva servire a stabilizzare un’area geostrategica. Per costoro, l’allargamento è una strategia di politica estera, tant’è che oggi ne ripropongono il rilancio nei confronti dell’Albania, della Macedonia del Nord o della Turchia per le stesse ragioni. Per gli Idealisti (che pensano all’Ue come un’organizzazione quasi federale), l’allargamento doveva servire a completare il progetto politico della «unione sempre più stretta», un esito inevitabile della storia europea.

Pur avendo modelli diversi, entrambi (Realisti e Idealisti) hanno contribuito a creare le divisioni attuali. Nonostante l’opinione dei primi, l’Europa è divenuta più insicura sul piano geostrategico. Nonostante quella dei secondi, l’Ue è divenuta più divisa sul piano politico. Ciò è dovuto al fatto che l’integrazione geoeconomica e quella politica non coincidono. Invece di obbligare tutti i Paesi europei all’interno dell’uno o dell’altro modello, occorrerebbe riconoscere che le differenze tra di loro richiedono forme istituzionali distinte, seppure collegate, d’integrazione. Depositata la polvere delle celebrazioni della caduta del muro di Berlino, è di questo che dovremmo cominciare a discutere.

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