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Ecco perché la «grazia» di Fitch è una buona notizia per l’Italia

di Morya Longo


Rating e non solo, quattro mesi di fuoco per i conti pubblici

2' di lettura

Hanno sbagliato in più occasioni le previsioni. Come su Lehman Brothers o sulla Parmalat. Sono state messe all’indice dall’opinione pubblica e sono finite sotto accusa negli Stati Uniti per le pagelle un po’ troppo benevole che assegnavano prima del 2007 alle cartolarizzazioni di mutui o alla finanza strutturata. Ma allora perché mai dovremmo rallegrarci se Fitch ha deciso di non declassare l’Italia come tanti temevano? Com’è possibile che la decisione di una società di rating possa creare così tanta apprensione in un Paese? La risposta è semplice e disarmante allo stesso tempo: perché i rating, pur con tutte le loro pecche, sono un linguaggio universale. E l’intera industria del risparmio gestito globale li usa per decidere quali titoli ogni fondo può comprare oppure no. Per abitudine, per semplicità, ma soprattutto per mancanza di alternative altrettanto universalmente riconosciute.

Ecco perché è importante che l’Italia non sia stata declassata. E perché è ancora più importante che tutte e quattro le maggiori agenzie di valutazione abbiano lasciato l’Italia nella serie A dei rating, cioè nel campo «investment grade». Perché se fosse stata declassata (i problemi veri ci sarebbero stati nel caso di duplice taglio del rating) e fosse scesa nel settore «spazzatura» (cioè dei rating con sole due B), molti fondi avrebbero dovuto vendere i suoi titoli nei prossimi mesi. Bisogna tenere conto che l’Italia, con i suoi oltre 2mila miliardi di debito, ha un peso importante negli indici obbligazionari e dunque nei portafogli degli investitori internazionali: il travaso di un debito così grosso dagli investitori che possono comprare solo titoli con rating elevati («investment grade») agli investitori specializzati in rating bassi («high yield») potrebbe avere conseguenze importanti sui prezzi e sui rendimenti.

Perché il mercato dei bond «spazzatura» è molto più piccolo: buttarci dentro un debito così grosso, è come gettare un sasso in uno stagno. Goldman Sachs tempo fa stimò che un declassamento a livello «spazzatura» dell’Italia avrebbe potuto scatenare vendite sui BTp per qualcosa come 100 miliardi di euro. Per fortuna non è accaduto.

Ora che i verdetti di tutte le agenzie di rating sono arrivati, l’Italia può tirare dunque un sospiro di sollievo. Lunedì è possibile che il mercato accolga bene la notizia, almeno nei primi momenti della giornata. Poi saranno gli eventi a guidare i prezzi dei BTp. Per un po’, almeno, di agenzie di rating non sentiremo parlare.

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