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Ecco perché la tempesta delle materie prime agroalimentari colpisce di più l’Europa

I prezzi in Ue mostreranno maggiore resistenza ai pochi fattori ribassisti del breve periodo a partire dai rallentamenti della domanda per gli effetti della sempre più probabile recessione

di Filippo Roda

(Miha Creative - stock.adobe.com)

3' di lettura

La tempesta perfetta di cui da mesi si parla sui mercati delle materie prime agroindustriali si sta abbattendo sull'Ue con forza peggiore che altrove. Le cause generali dei rincari sono ormai note. Già dalla seconda metà del 2020 la ripartenza della domanda globale si è scontrata con un’offerta ancora rallentata da pandemia, eventi meteo avversi e rincari degli input produttivi. A farne le spese sono state le scorte globali, che riducendosi drasticamente hanno trasmesso rialzi vertiginosi ai prezzi.

In poco più di un anno rincari di oltre il 100% hanno caratterizzato cereali, semi e oli vegetali per poi allargarsi, per citare solo alcuni casi, a legumi, prodotti di origine animale, zucchero e caffè.

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Il conflitto Russo-Ucraino e le sue conseguenze hanno aggravato un contesto di già totale disequilibrio tra domanda e offerta, ma soprattutto hanno duramente colpito l’Ue, rendendo il fenomeno inflattivo in atto disomogeneo con un aumento dei differenziali tra prezzi internazionali e prezzi europei.Per fare qualche esempio, dallo scoppio della guerra le quotazioni del mais in Ue sono aumentate di oltre il 30% contro un +5% delle quotazioni Usa. Ancora più eclatanti i trend di zucchero, +8% sui mercati internazionali e +80% sul mercato UE, e del burro, in aumento del 20% in Ue e addirittura in calo del 24% sul mercato Neo Zelandese.
Altri mercati, che a livello globale hanno innescato un trend di calo dei prezzi, in Ue mostrano maggiore rigidità. La soia ha perso oltre il 10% in Usa dallo scoppio del conflitto, stabili le quotazioni europee; l'olio di palma, che in Malesia ha perso oltre il 45%, a Rotterdam ha registrato “solo” un -35%.

Quali i driver principali che hanno portato allo scollamento tra mercati internazionali e mercati Ue? In primis, la dipendenza energetica dell’Ue dai combustibili fossili russi, che ha portato a costi degli input produttivi ben superiori rispetto alle altre aree di produzione. Dallo scoppio della guerra il prezzo del gas naturale su Amsterdam è aumentato del 150%, a livelli dieci volte superiori rispetto al pre-pandemia. L'effetto trasmissione sul mondo food è stato sia diretto, soprattutto sulle referenze più energivore come zucchero, produzioni animali e trasformazioni, che indiretto, sulle materie prime usate anche a fini energetici come oli vegetali e cereali.

Inoltre, la difficoltà dell'economia Ue a fronteggiare la crisi energetica e le politiche monetarie restrittive, più “caute” rispetto a quelle Usa, hanno portato al progressivo deprezzamento dell'euro che per la prima volta da due decenni è tornato a valere meno del dollaro. Il minor potere di acquisto della valuta europea rappresenta un altro fattore rialzista sui mercati agro di importazione come mais, legumi, coloniali e oli vegetali, già stressati dai rincari di logistica e costi di trasporto del post-pandemia.
A peggiorare il tutto, è aumentato il fabbisogno d'importazione Ue su mercati chiave come mais, riso, zucchero e soia, travolti da una delle estati più siccitose del secolo.

Tirando le somme, se a livello globale la durata dello squilibrio ha confermato che non si tratta di una bolla speculativa e che ci vuole tempo per vedere una ricostruzione degli stock capace di riportare i mercati su prezzi più vicini a quelli del pre-pandemia, a livello Ue i tempi potrebbero essere ancora più dilatati con una maggior esposizione dei mercati alla volatilità. I prezzi in Ue mostreranno maggiore resistenza ai pochi fattori ribassisti del breve periodo a partire dai rallentamenti della domanda per gli effetti della sempre più probabile recessione.

*Senior Analyst Areté – The Agri-Food Intelligence Company

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