commentosale in zucca

Ecco perché con Lagarde alla Bce l’Italia deve (forse) preoccuparsi un po’

Christine non è una avversaria del Belpaese. Lei ama l'Italia. Ma, abbiamo intravisto un desiderio di voltare pagina rispetto agli anni di Draghi

di Giancarlo Mazzuca

Bce si fa green, Lagarde mette il clima in revisione strategica

Christine non è una avversaria del Belpaese. Lei ama l'Italia. Ma, abbiamo intravisto un desiderio di voltare pagina rispetto agli anni di Draghi


2' di lettura

Come volevasi dimostrare. In tempi non sospetti alcuni osservatori, compreso il sottoscritto, avevano messo in guardia sul dopo-Draghi: con lo sbarco di Christine Lagarde a Francoforte, dopo il lungo regno di “Supermario” al vertice della Bce, nuvoloni neri si sarebbero addensati sull'Eurotower.

Il motivo? Appena insediata a Francoforte, la quasi “première dame” francese si era subito lanciata in uno sperticato elogio di Wolfgang Schauble, ex ministro delle Finanze tedesco ed attuale presidente del Bundestag.

Complimenti anche legittimi, quelli della Lagarde, tranne un piccolo particolare: Schauble è stato considerato, magari a torto, un perenne avversario dell'Italia, e quindi anche di Draghi, sul fonte delle politiche comunitarie. Come non vedere, in quella presa di posizione, la volontà dell'ex numero uno del Fondo monetario di prendere in qualche modo le distanze dalla gestione del suo predecessore alla Bce?

Intendiamoci, Christine non può certo essere considerata una avversaria del Belpaese. Lei ama l'Italia e gli italiani e ricordo ancora il suo sincero piacere quando, anni fa, presenziò ad una prima della “Scala”. Ma, appena insediata nel nuovo incarico, abbiamo intravisto un suo desiderio di voltare pagina manifestando subito una certa discontinuità rispetto agli otto anni di Draghi.

E la conferma l'abbiamo avuta la scorsa settimana quando, intervenendo per la prima volta nella plenaria dell'Europarlamento di Strasburgo, la Lagarde ha ammonito i “partner” europei: la politica monetaria espansiva, che è stata spesso la medicina prescritta da Draghi, da sola non basta più a sostenere la crescita. A volte, anzi, può anche rivelarsi un “boomerang”.

Insomma, la sua ricetta è apparsa un po' diversa da quella di Mario che ha sempre privilegiato i bassi tassi d'interesse e la grande liquidità delle banche. Certo, l'ultima inquilina dell'Eurotower ha difeso in qualche modo le scelte monetarie del suo predecessore quando, respingendo le critiche di alcuni eurodeputati, ha sottolineato come certe politiche non convenzionali della Banca centrale europea siano servite a sostenere la crescita.

Una difesa d'ufficio: il fatto è che la “numero uno” deve comunque adeguarsi alle nuove situazioni e si è, così, sentita in dovere di richiamare i governi nazionali a fare la loro parte più di prima. Ma, al di là delle scelte obbligate o quasi, mi chiedo: considerando gli ultimi casi, dalla Grecia all'Italia, fino a che punto possiamo davvero contare sulla collaborazione dei singoli “partner”? Senza voler essere accusati di essere i soliti italiani che se ne lavano le mani, ci verrebbe quasi da dire: Francoforte pensaci tu...

Per approfondire:
Bce lancia la revisione della strategia. Lagarde: «Il climate change ne farà parte»

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