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Ecco perché se aumentano i contagi il Mes diventa una scelta obbligata

Il rischio, se pur ipotetico, dell'effetto-stigma potrebbe essere superato qualora a richiedere il finanziamento fosse un gruppo di paesi, e all'Italia si potrebbero aggiungere la Spagna e forse anche il Portogallo e non è del tutto escluso che anche la Francia possa essere della partita

di Dino Pesole

4' di lettura

L'impennata dei contagi, se pur in misura decisamente più contenuta rispetto ai ben più consistenti casi registrati in Francia, Spagna e Germania, pone nuovamente in primo piano il tema del potenziamento del nostro sistema sanitario, soprattutto in previsione dell'autunno e della riapertura delle scuole. Gli stanziamenti decisi finora dal Governo, dai 500 milioni del decreto di agosto per far fronte alle liste di attesa ai 3,2 miliardi del decreto Rilancio e al miliardo e mezzo del decreto di marzo rischiano di non essere sufficienti per far fronte alla nuova possibile ondata della pandemia. Ecco allora che torna al centro del dibattito politico il tema dell'eventuale ricorso alla nuova linea di credito del Meccanismo europeo di stabilità (Mes), disponibile su richiesta e che si tradurrebbe per l'Italia in un finanziamento pari a circa il 2% del Pil (37 miliardi). Dossier al momento congelato per la persistente contrarietà espressa finora dal M5S. Posizione che potrebbe essere rivista alla luce dell'evidenza imposta dai dati del contagio. «Le riserve sulla perdita di autonomia del Paese – osserva in proposito il sottosegretario all'Economia, Pier Paolo Baretta - sono state superate nei negoziati, quindi ora è assurdo non utilizzare per la sanità le risorse del Meccanismo europeo di stabilità».

Il tema delle “condizionalità”

Nelle scorse settimane era stato da ultimo il leader di Italia Viva, Matteo Renzi a rilevare come esista una qualche contraddizione tra la decisione del nostro Paese di accedere ai 209 miliardi del Recovery Fund europeo, che comunque contiene delle “condizionalità” in termini di rispetto di un preciso cronoprogramma di riforme e investimenti da realizzare, mentre si è deciso di congelare l'eventuale ricorso alla nuova linea di credito del Mes, che stando al dispositivo condiviso in sede europea prevede quale unico vincolo di destinazione che le risorse siano destinate a far fronte ai «costi diretti e indiretti» della sanità. Una dizione sufficientemente ampia da contemplare ad esempio le spese per il potenziamento dei pronto soccorso e delle terapie intensive, per investimenti nelle strutture ospedaliere, ma anche per l'assunzione di infermieri e medici e per il finanziamento della ricerca e sperimentazione dei farmaci anti-Covid e del vaccino. Certo non sfugge che al Senato potrebbero non esservi i numeri per autorizzare il ricorso al Mes pandemico e che potrebbero venire in soccorso i voti di Forza Italia, con tutte le conseguente di questo se pur limitato «cambio di maggioranza».

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Come stanno le cose al momento

Lo strumento messo in campo dall'Unione europea si affianca al set di finanziamenti già deliberati, dal Recovery Fund (che per noi equivale a circa 209 miliardi), al Fondo Sure (di cui il Governo ha già fatto richiesta per 28,5 miliardi) e ai fondi resi disponibili dalla Bei per le piccole e medie imprese. I critici del ricorso alla nuova linea di credito del Mes (Pandemic crisis support) sostengono che a ben vedere il meccanismo originario del Fondo salva-Stati resterebbe inalterato, con annesso il rischio che il Paese che ne faccia richiesta sia alla fine sottoposto a condizioni che riporterebbero indietro le lancette dell'orologio ai drastici piani di rientro dagli squilibri macroeconomici imposti alla Grecia, e agli altri paesi che vi hanno fatto ricorso in passato (Spagna, Portogallo, Cipro). In realtà, come hanno chiarito sia il commissario agli Affari economici Paolo Gentiloni che il vice presidente esecutivo della Commissione Ue, Valdis Dombrovskis, il meccanismo originario del Mes prevede l'attivazione (su richiesta) di prestiti diretti a paesi in grave crisi finanziaria, che abbiano in sostanza evidenti difficoltà a finanziare il proprio debito sui mercati. L'Italia non vi ha fatto ricorso nemmeno durante la grave crisi finanziaria del 2011 proprio per evitare il cosiddetto effetto-stigma che avrebbe potuto comportare il rischio di un aumento esponenziale del costo di finanziamento del debito. Nel caso del “Mes pandemico” si tratterebbe di un prestito da restituire a tassi addirittura negativi (-0.07%) qualora il prestito fosse spalmato su 7 anni e dello 0,08% in caso di restituzione del finanziamento nell'arco di dieci anni. I versamenti sarebbero effettuati in rate mensili pari ciascuna al 15% del prestito totale. Rispetto al finanziamento sul mercato attraverso Btp della stessa somma che verrebbe concessa con la nuova linea di credito pandemica del Mes, si risparmierebbero 4,4 miliardi.

Come aggirare l'ostacolo

Se ne sta discutendo all'interno del Governo: il rischio, se pur ipotetico, dell'effetto-stigma potrebbe essere superato qualora a richiedere il finanziamento fosse un gruppo di paesi, e all'Italia si potrebbero aggiungere la Spagna e forse anche il Portogallo e non è del tutto escluso che anche la Francia possa essere della partita. Il dossier tornerà con ogni probabilità sul tavolo del Governo tra fine settembre e metà ottobre, quando si tratterà di rivedere le stime macroeconomiche di aprile con la Nota di aggiornamento del Def con annessa la presentazione a Bruxelles del Recovery Plan in cui sarà inserito il programma di riforme e investimenti che consentiranno di accedere alle varie tranche del New Generation EU. Ma prima di tutto andrà risolta la variabile politica con il necessario e preliminare confronto all'interno della maggioranza.


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