verso l’insediamento

Ecco perché con Trump si rischia di tornare agli anni ’70

di Maximilian Cellino

Donald Trump (a sinistra) e Richard Nixon

3' di lettura

Frontiere chiuse, restrizioni commerciali anti-globalizzazione e contrarie alla concorrenza, ma anche un dollaro debole. Stando alle idee di politica economica finora “twittate” e in attesa dei primi passi effettivi in vista dell’insediamento di venerdì prossimo, l’avvento di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti potrebbe riportare indietro le lancette dell’orologio di oltre 40 anni, fino addirittura all’epoca di Richard Nixon dei primi anni 70.

Profezie danesi
La profezia potrebbe apparire discutibile e forse anche un po’ provocatoria, se non fosse che a pronunciarla è quello Steen Jacobsen, capoeconomista e direttore degli investimenti di Saxo Bank, che lo scorso anno in tempi non sospetti aveva anticipato sia la Brexit, sia la vittoria del magnate statunitense alle presidenziali, sia infine l’espansione a macchia d’olio del fenomeno del populismo, teorizzando una sorta di «rottura dello stato sociale».

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Dell’atteggiamento protezionista si è fatto ovviamente un gran parlare in questi ultimi due mesi, grazie anche ai tweet estemporanei a cui ci ha ormai abituato Trump. E del futuro della globalizzazione si discute ovviamente anche in questi giorni a Davos, dove come di consueto sono riuniti fior di pensatori, oltre che esponenti politici. Sul mercato si fatica però a vedere le conseguenze su scala globale di un fenomeno simile e si nota anzi una certa apertura di credito che gli investitori hanno voluto tributare al neo-presidente, spinta che peraltro si è andata progressivamente affievolendo in queste ultime settimane.

La chiave è il dollaro
Jacobsen, che in fin dei conti si occupa di investimenti, si concentra in particolare sul dollaro nel suo outlook per l’inizio del 2017, e proprio in questo sta il suo andare controcorrente stavolta, perché il biglietto verde, che da tutti è dato in arrembante avanzamento nei prossimi mesi, potrebbe secondo l’economista danese andare anzi incontro a un sensibile deprezzamento. «La prossima amministrazione Trump - spiega Jacobsen - perseguirà chiaramente una politica di “dollaro debole” e cambierà anche il dogma secondo cui “un dollaro forte è nell’interesse degli Stati Uniti”, in vigore da quando Robert Rubin, Ministro del Tesoro di Bill Clinton, la lanciò a metà degli anni ’90, e per la verità mai seguita veramente».

La mossa sul dollaro sarebbe chiaramente una reazione a un movimento della valuta (che si è apprezzata del 30% su scala globale negli ultimi due anni e mezzo e del 10% dalla vittoria di Trump) che rischia di mandare fuori binario la crescita Usa - proprio perché rappresenta un peso per la concorrenza delle aziende americane, in un periodo in cui la politica della Fed potrebbe essere addirittura più restrittiva delle attese - e di colpire i Paesi emergenti maggiormente indebitati nella valuta Usa.

La dottrina Trump? Un mix fra Nixon e Reagan
La reazione di Trump potrebbe, secondo Saxo Bank, ricalcare la dottrina Nixon dell’agosto 1971, quando il Ministro del Tesoro John Connally introdusse una sovrattassa unilaterale del 10% su tutte le importazioni, una riduzione del 10% sulle spese di assistenza estera, chiuse la «gold window» e mise fine al sistema di Bretton Woods, dando quindi via a una massiccia svalutazione del dollaro.

«Tutto questo - ricorda Jacobsen - è davvero molto simile a un ritorno agli anni '70, quando la politica americana era tutta grandi affari, chiusura delle frontiere, recessione e un regime del dollaro Usa che sarebbe stato così definito da Connally ai Ministri delle Finanze europei riuniti al G-10 di Roma: “Il dollaro è la nostra valuta, ma è il vostro problema”. Il primo trimestre ci svelerà i primi indizi, ma con il passare del tempo aspettiamoci una “dottrina Trump” che sarà un miscuglio di Nixon e Reagan».

La fine di un ciclo, non un inizio
Il problema, come spiega non senza amarezza e preoccupazione l’economista di Saxo Bank, è che questa è la fine di un ciclo, non un inizio: «Il mondo - avverte Jacobsen - non avanzerà con un’agenda fatta di frontiere chiuse, restrizioni commerciali anti-globalizzazione e contrarie alla concorrenza, ma ciononostante occorre che tali forze siano rispettate, soprattutto con un cambio di leadership in area globale».

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