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Terapie intensive, ecco perché il virus non è diventato più buono: «Casi gravi sono uguali a marzo»

Per i medici che lavorano in prima linea nelle terapie intensive i malati di Covid-19 che vengono ricoverati in questi reparti non sono meno gravi di quelli arrivati a marzo o aprile

di Marzio Bartoloni

Rezza: “Aumentano i casi: focolai da rientri da aree turistiche

Per i medici che lavorano in prima linea nelle terapie intensive i malati di Covid-19 che vengono ricoverati in questi reparti non sono meno gravi di quelli arrivati a marzo o aprile


2' di lettura

I casi di contagio sono tornati a salire nelle ultime settimane tornando ai livelli di maggio, ma con molti meno morti e anche meno ricoveri in terapia intensiva che comunque sono raddoppiati negli ultimi 10 giorni passando da 66 a 121. È la prova che il virus, come sostengono anche alcuni esperti e osservatori, sia diventato più buono e dunque meno aggressivo? Per gli anestesisti e rianimatori, i medici che lavorano in prima linea nelle terapie intensive, la replica non lascia dubbi: «I malati di Covid-19 che vengono ricoverati in questi reparti non sono meno gravi di quelli arrivati a marzo o aprile».

L’avvertimento di chi lavora nelle terapie intensive

«Non ci convince quanto detto da alcuni in questi mesi che il virus sia diventato meno aggressivo. La curva epidemica sta risalendo, così come i casi in terapia intensiva, che hanno un'età media più bassa. Per fortuna siamo lontani dal livello di allarme rosso dei mesi di marzo e aprile, grazie al contenimento sociale», avverte Alessandro Vergallo, presidente nazionale di Aaroi-Emac, l’associazione anestesisti rianimatori ospedalieri italiani in pratica i medici che lavorano nei reparti di terapia intensiva dove appunto vengono ricoverati i malati di Covid più gravi. Vergallo sottolinea come «la curva epidemica si sta alzando, e così anche il numero di persone ricoverate in terapia intensiva» con un dato clinico fondamentale e cioè che « i malati di Covid-19 che vengono ricoverati in questi reparti non sono meno gravi di quelli arrivati a marzo o aprile».

Perché meno morti e casi gravi rispetto a marzo

Se al momento il virus è uguale a marzo scorso allora perché a fronte di contagi che sono simili ai livelli di inizio maggio ci sono centinaia di morti in meno? Una risposta arriva dal fatto che rispetto all’inizio dell’epidemia sono cambiati alcuni fattori importanti e anche le modalità con le quali si va a caccia di chi è contagiato. Come dimostrano gli ultimi report realizzati ogni settimana da ministero della Salute e dall’Istituto superiore di Sanità l’età dei contagiati si è abbassata sensibilmente: se prima i malati da Covid erano soprattutto gli over 60 ora l’età si è dimezzata, con la media dei casi che è scesa a 29 anni. Una novità, questa, che ha fatto esplodere i casi asintomatici o comunque il numero di persone con sintomi più leggeri perché come noto il Covid fa più male tra gli anziani. Rispetto a marzo poi è cambiato radicalmente il modo di scovare i nuovi positivi al Covid: se a marzo si facevano i tamponi solo ai sintomatici ora oltre a fare molti più esami (da giorni siamo oltre quota 100mila) il 60% dei casi che vengono scoperti arrivano dal tracciamento dei casi positivi o dalle attività di screening (tamponi rapidi, test sierologici, ecc.) che fanno emergere tanti asintomatici. Un fatto, questo, che consente anche di scoprire i malati di Covid in modo precoce potendoli quindi se necessario curare in tempo e che fotografa in modo più realistico l’andamento dei contagi rispetto ai mesi scorsi quando tanti asintomatici non finivano nella rete dei controlli e il numero ufficiale di casi era solo la punta dell’iceberg.

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