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Ecco i «trattati» Ue che Salvini vorrebbe cambiare e perché è difficile farlo

di Alberto Magnani


Consultazioni, Salvini: “Mano libera sui migranti”

4' di lettura

Matteo Salvini lo ha ribadito anche lunedì pomeriggio, dopo le consultazioni al Quirinale, e ieri, dopo il richiamo della Ue su rispetto parametri e gestione immigrazione, parlando di «inaccettabile interferenza di non eletti».

Se l’intesa fra Lega e Cinque Stelle andrà in porto, dopo uno stallo politico di oltre due mesi, sarà necessario «rinegoziare i trattati europei». Il capo leghista ribadisce da tempo la sua intenzione, anche a margine dell’attività di parlamentare a Bruxelles e Strasburgo. Luigi Di Maio, il suo interlocutore diretto, ha virato invece dai toni euroscettici della campagna elettorale a un atteggiamento accomodante, dove si garantisce la permanenza dell’Italia «nella Ue, nell’euro e nella Nato».

Forse l’Europa è uno degli ostacoli più ingombranti nel dialogo fra i due, ma c’è un altro dubbio rimasto in sospeso. Di che trattati parla Salvini? E davvero si possono «rinegoziare» su richiesta di un esecutivo? Meglio fare un passo indietro.

Esattamente, cosa sono i trattati europei?
In termini generali, i trattati internazionali sono accordi fra più stati che ne disciplinano i rapporti. I trattati europei sono il fondamento della Ue, perché forniscono la base di tutte le azioni intraprese dalla e nella Unione: gli obiettivi principali, le regole di funzionamento delle istituzioni (Commissione, parlamento etc.), le procedure per l’adozione delle decisioni, i rapporti fra Ue e i paesi membri. Devono essere approvati da tutti i paesi che appartengono alla Ue e successivamente accolti nei singoli stati con una ratifica del parlamento, oppure attraverso un referendum. I trattati che hanno portato all’istituzione della Comunità europea e dell’Unione europea sono l’atto costitutivo della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (siglato a Parigi il 18 aprile 1951 da Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi); gli atti costitutivi della Comunità economica europea (Cee) e dell’Euratom (Comunità europea dell’energia atomica), firmati a Roma il 25 marzo 1957; il Trattato istitutivo dell’Unione europea, vergato a Maastricht il 7 febbraio 1992.

Quando si parla di Maastricht, Trattato di Lisbona, Dublino, cosa si intende?
Nel corso degli anni le disposizioni originarie – vedi sopra - sono state modificate da nuovi trattati, coincidenti con l’ingresso di un nuovo paese membro o la volontà di riformare la sfera di competenze della Comunità. Ogni accordo ha quindi assorbito quelli precedenti, cambiandone il nome, fino ad arrivare a quelli che vengono considerati oggi “i” trattati: il Tue, Trattato sull’Unione europea (cioè il già citato trattato di Maastricht, che ha mantenuto il suo nome ma è stato modificato dal Trattato di Lisbona del 2007), il Tfue, Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (la nuova denominazione assunta dal trattato istitutivo della Comunità europea, l’accordo che incorporava Cee, Ceca ed Euratom). A questi si aggiungono l’Euratom, che è rimasto in vigore come organizzazione a sé, e la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. In altre parole, nonostante una lunga serie di modifiche e denominazioni (Maastricht, Nizza, Lisbona...) i trattati oggi validi sono solo il Tue, il Tfue, l’Euratom e la Carta dei diritti fondamentali della Ue.

E Salvini quale trattato vorrebbe «rinegoziare»?
Non è molto chiaro a riguardo, al netto di una generica tirata anti europeista. Ma sembra riferirsi soprattutto agli obblighi di bilancio e alla gestione dei migranti. In campagna elettorale si è parlato a più riprese di «ignorare il tetto del 3%», alludendo ai cosiddetti parametri di Maastricht: dei principi di bilancio stabiliti nel trattato omonimo, dove si prevede - anche - che i paesi membri mantengano un deficit di bilancio pubblico inferiore al 3% del Pil e un debito pubblico inferiore al 60% del Pil. Questi limiti interessano l’Italia, come gli altri paesi Ue, perché sono confluiti prima nel Patto di stabilità e crescita (1997) e, successivamente, nel cosiddetto fiscal compact (Patto di bilancio europeo): un’intesa europea (non un trattato!), entrata in vigore nel 2013, che impone agli stati membri il rispetto di un certo rigore nella contabilità pubblica. Per quanto riguarda i migranti, secondo Salvini, l’Italia avrebbe «mani più libere» in Europa con il «ritorno quantomeno allo status pre-Maastricht, ovvero a una forma di libera e pacifica cooperazione tra Stati di natura prettamente economica». Nel concreto, a quanto si legge sul programma della Lega, lo «status pre-Maastricht» corrisponderebbe al ripristino della «sovranità economica e monetaria (competenza esclusiva sulla «politica commerciale», della «sovranità territoriale» (con l’abrogazione di Schengen e del regolamento di Dublino, il regolamento che stabilisce il paese dell’Ue che deve essere responsabile dell’esame di una domanda di asilo) e della «sovranità legislativa» (ad esempio con la «supremazia del diritto degli Stati membri su quello dell’Unione», principio che di fatto sconfessa l’architettura costituzionale dell’Unione europea).

Ma è così facile cambiare un trattato europeo?
No. La revisione dei trattati, a seguito delle modifiche apportate con il cosiddetto Trattato di Lisbona, stabilisce due diverse procedure (articolo 48 del Tue): procedura di revisione ordinaria e procedura di revisione semplificata, a sua volta divisa in due ipotesi. La revisione dei trattati su iniziativa del governo italiano dovrebbe rientrare nella procedura di revisione ordinaria o nella prima ipotesi della procedura semplificata, le uniche due dove l’iniziativa legislativa è facoltà anche dei singoli paesi membri. Si tratta comunque di un iter abbastanza complesso, sempre vincolato a uno scoglio finale: la ratifica di tutti gli stati membri. In altre parole, basterebbe l’opposizione di un paese per rimandare o bloccare del tutto le modifiche. Della serie: senza il consenso politico degli altri paesi membri, nulla potrà essere modificato.

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