Scienza e Filosofia

Ecologista ante litteram

di Gilberto Corbellini

. Alexander von Humboldt, dipinto di Friedrich Georg Weitsch, 1806, Galleria Nazionale, Berlino

5' di lettura

Il più influente filosofo statunitense dell’Ottocento, Ralph Waldo Emerson, trascendentalista ispirato dal naturalismo romantico e che valorizzava l’individualità e la libertà dell’uomo, definì Alexander von Humboldt «una di quelle meraviglie del mondo… che compaiono di tanto in tanto per mostrarci le potenzialità della mente umana». È difficile esagerare, definendo la presenza di Alexander von Humboldt, del suo entusiasmo delle sue imprese e delle sue idee nella storia del pensiero naturalistico, pervasiva ed energizzante. Come poche altre. Le ricadute toccano anche per i nostri giorni, stante che a quell’aristocratico e liberale prussiano si deve la costruzione e diffusione di un’idea conservativa della natura, intesa come depositaria di valori anche morali e politici, che diventerà cifra dell’ambientalismo. Più che gli apprezzamenti di altri colleghi naturalisti che a lui si sono ispirati, primo fra tutti Charles Darwin, sono significativi i giudizi di due giganti della ricerca fisiologica e della fisica teorica e sperimentale tedesca dell’Ottocento, come Emil Du-Bos Raymond e Herman von Helmhotz i quali si ritenevano discendenti di Humboldt, riconoscendogli di essere stato l’ultimo a dominare e commentare in modo innovativo larga parte della conoscenza naturalistica, scientifica e filosofica del suo tempo.

Il libro di Wulf ripercorre con precisione e attenzione, salvo qualche lacuna, i contesti geografici e socio-politici attraversati da un gigante della storia della scienza e della cultura europea, la cui notorietà agli inizi dell’Ottocento rivaleggiava con quella di Napoleone. Libri come questo sono importanti per trasmettere la dimensione complessiva di una straordinaria personalità scientifica, ma diversi risvolti epistemologici del pensiero di Humboldt non sono affrontati, e viene dato per scontato che tutto quel che ha consegnato alla tradizione del pensiero naturalistico abbia poi avuto del tutto senso.

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Nato a Berlino nel 1769, fratello del filosofo e funzionario politico Whilelm, non meno eclettico e brillante di lui, capì ben presto che doveva tenersi alla larga da una madre ambiziosa e anaffettiva. Nella primavera del 1790 incontrava il naturalista e rivoluzionario George Foster, con il quale viaggiò lungo il Reno, nei Paesi Bassi e raggiunse l’Inghilterra. Wulf parla poco di questo incontro, ma alcuni contemporanei scrissero che Foster fu un maestro in senso socratico per Humboldt, che con lui «godette della più profonda simpatia» in tutti i suoi aspetti. Wulf opportunamente non si dilunga, come altre biografie, sulle preferenze omoerotiche di Humboldt.

Preso dalla frenesia quasi lussuriosa di studiare ogni cosa o fare qualunque genere di esperimento fossero alla sua portata, nel 1797 frequentò assiduamente a Jena Wolfgang Goethe – anzi era Goethe a frequentare lui in quanto diceva di imparare in poche ore più cose che attraverso complesse letture. La morte della madre lo mise nelle condizioni economiche di prepararsi tecnicamente per compiere viaggi di esplorazione. Trasferitosi a Parigi, dove il fratello era diplomatico, e poiché la Francia gli negava il permesso di esplorare il Nord Africa, con l’aiuto della diplomazia tedesca e la collaborazione del nuovo amico Aimé Bonpland, ottenne dalla Spagna di poterne esplorare i territori nelle Americhe. Arrivò in Nuova Andalusia (Venezuela) nel luglio 1799. Soverchiato dalla strabordante varietà e rigogliosità della natura, Humboltdt capì subito che la deforestazione e l’irrigazione praticate per sviluppare l’agricoltura avevano un impatto destabilizzante sull’ambiente. La prima impresa fu una pericolosa esplorazione fluviale di quattro mesi per quasi tremila chilometri risalendo l’Orinoco.

Con una montagna di bagagli, nel luglio del 1800 salpava per Cuba. Dalla corrispondenza risulta che stava vivendo uno stato di esaltazione quasi maniacale per tutto quello che lo circondava e gli accadeva. Ritornò quindi in Sudamerica e scalò rischiosamente, fino a una altezza di oltre 6mila metri, la montagna equadoregna Chimborazo, il 23 giugno 1802. Trascorso un anno a Città del Messico, chiuso in librerie e archivi, nel maggio 1804 giunse a Filadelfia. Qui incontrò Thomas Jefferson, con il quale si scontrò sulla questione dello schiavismo, e che lo giudicò l’uomo scientificamente più erudito che avesse conosciuto.

Stracarico di reperti, nell’agosto del 1804 tornava a Parigi, con l’idea fissa che il colonialismo stava distruggendo l’ambiente e l’equilibrio naturale. Ne discusse con Simon Bolivar, a Parigi e a Roma, ispirando le idee rivoluzionarie del futuro condottiero (e dittatore) venezuelano. Ossequiato da tutti i naturalisti europei del tempo, dopo un viaggio di studio a Roma e a Napoli con il giovane chimico Louis Gay-Lussac e una permanenza di un paio di anni a Berlino, nella primavera del 1808 si stabiliva a Parigi. Per una paio di decenni si dedicò a riordinare appunti di viaggio e a pubblicare, tessendo rapporti intellettuali e politici che ne fecero l’intellettuale più famoso d’Europa.

Senza successo tentò di organizzare un viaggio in India e sull’Himalaya. Conoscendone le idee anticolonialiste, gli inglesi si guardarono dal concedergli il permesso. Le difficoltà economiche e l’incerta salute lo spinsero a tornare a Berlino nel maggio 1827. Iniziava una fase di disillusione, dalla quale si risollevava con un viaggio attraverso la Russia, inviato dello zar per stabilire le ricchezze minerarie degli Urali e consigliare metodi efficienti di estrazione. Fece anche una serie di deviazioni a fini naturalistici e antropologici, arrivando sulle spiagge del Caspio. Tornato, aderì ai moti rivoluzionari che percorso l’Europa nel 1848, teorizzando la libertà come «tensione fisica» che attraversa i popoli.

A parte il celeberrimo Viaggio nelle regioni equinoziali del Nuovo Continente: scritto nel 1799, 1800, 1801, 1803 e 1804, diversi testi botanici e geografici, l’opera filosoficamente più influente fu Il Cosmo: progetto di una descrizione fisica del mondo, concepita sulla base di conferenze pubbliche tra il 1827 e il 1828, e pubblicata in cinque volumi tra il 1842 e 1862 (quando uscì l’ultimo volume postumo e incompleto).

In uno studio del 1978, Science in Culture: the Early Victorian Period, la storica della scienza Susan Fay Cannon ha coniato il termine «scienza humboltdiana» per caratterizzare «l’accurato, misurato studio dei fenomeni reali distribuiti ma interconnessi, allo scopo di trovare una legge definita e una causa dinamica». Era un approccio olistico ante-litteram, di certo più sensato di quello di Goethe. Si trattava di una visione delle dinamiche naturali fondata sul concetto di un «equilibrio generale» che regnerebbe tra perturbazioni e apparente agitazione, quale risultato di un numero infinito di forze meccaniche e attrazioni chimiche che si bilanciano tra loro.

Una prospettiva essenzialista, per dirla con Ernst Mayr, e intuitiva che ha contagiato non pochi naturalisti e filosofi, ma che non spiega come la vita ha avuto origine e ha trasformato la natura terrestre. La spiegazione risultata più verosmile, cioè la teoria evoluzionistica di Darwin, diventava pubblica lo stesso anno, il 1859, in cui Humboldt moriva.

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