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Economia e finanza sono cambiate, servono regole più eque e semplici

L’imposta sul reddito ha abbandonato i criteri di progressività indicati dalla Costituzione. Disparità sociali a livelli allarmanti

di Angelo Cremonese


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(Adobe Stock)

3' di lettura

Il compito di progettare una riforma del sistema tributario e, in particolare, dell’Irpef è certamente molto difficile e pieno d’insidie.
Bisogna anzitutto prendere atto delle profonde modifiche che stanno trasformando il mondo dell’economia e della finanza e ripensare in maniera complessiva al modello attraverso cui le risorse private vengono trasferite allo Stato per consentire il funzionamento della macchina pubblica. Il rischio da evitare è quello di continuare sulla strada che si segue da decenni: intervenire con dei correttivi parziali che lasciano inalterato il quadro d’insieme senza incidere realmente su contraddizioni, iniquità, inutili appesantimenti ed eccessiva complessità.

Le esigenze di modifica sono molteplici e spesso vanno in direzioni contrapposte: più equità e maggiore efficienza; riduzione degli adempimenti e contrasto all’evasione; alleggerimento della pressione tributaria e vincoli di finanza pubblica. In questo scenario complesso non è difficile perdersi o, peggio, cadere nella tentazione di disegnare una riforma orientata alla ricerca del consenso.

Un utile punto di partenza potrebbe essere quello di individuare alcune priorità su cui costruire le fondamenta del sistema tributario del futuro. Il progetto di una grande riforma fiscale non può prescindere dalla presa di coscienza di alcuni importanti punti fermi, delle vere e proprie parole d’ordine: equità, semplificazione e crescita. Un principio che sembra dimenticato in tema di equità è quello di tassare in modo uniforme i redditi di uguale ammontare, la cosiddetta equità orizzontale. L’Irpef nell’attuale sistema ha gradualmente abbandonato i criteri ispiratori di progressività del dettato costituzionale, facendo il pieno di forfetizzazioni e cedolari che portano a evidenti disparità di trattamento fra contribuenti aventi redditi di diversa classificazione ma di uguale ammontare, con conseguenti effetti distributivi molto discutibili. Le diseguaglianze sociali nel nostro Paese hanno raggiunto livelli allarmanti. Secondo le più recenti rilevazioni di Eurostat nell’ultimo decennio la forbice si è addirittura allargata: il 20% più ricco della popolazione ha entrate di 6 volte superiori del 20% più povero. Non bisogna dimenticare che senza un deciso intervento sulle disuguaglianze si rischia di assistere a una eccessiva verticalizzazione della società, causa di inevitabili tensioni tra chi possiede la ricchezza e chi ne è escluso. Una eccessiva concentrazione dei redditi e del patrimonio, peraltro, incide negativamente su consumi e produttività, rende il sistema nel complesso meno efficiente e agisce da freno per la crescita economica. Cause e rimedi di un fenomeno cosi complesso sono molteplici e non possono essere cercate solo nel campo tributario, ma non va sottovalutata l’importanza del ruolo che il fattore fiscale potrebbe svolgere nella funzione redistributiva della ricchezza.

Sul fronte della semplificazione sarebbe necessario pensare a una vera e propria rivoluzione copernicana e prendere atto che, nonostante il livello assurdo di complessità raggiunto dal sistema tributario, il fenomeno dell’evasione non si è ridimensionato proporzionalmente. La riflessione che dovrebbe emergere da questo dato è che, forse, l’evasione si combatte meglio con un sistema tributario meno complesso, con poche regole semplici, facili da comprendere e da controllare. Un esempio interessante riguarda uno dei tributi più evasi: l’Iva, con molteplici aliquote previste per beni analoghi e una grande complessità delle tabelle dei prodotti e dei servizi. Insieme alla maggiore difficoltà degli adempimenti e dei controlli, si rischia di favorire una evasione intermedia provocata da aliquote alte all’acquisto e basse alla vendita.

Inoltre, preso atto che il contrasto d’interessi funziona poco, si dovrebbe drasticamente mettere mano al labirinto delle tax expenditure creando un sistema di detrazioni limitato nel numero e concentrato su pochi elementi strutturali con tetti legati ai livelli di reddito. Sembra fin troppo scontato sottolineare che chi ha più bisogno di snellire il volume degli adempimenti sono soprattutto le imprese, penalizzate da una “burocrazia fiscale” che, calcolata in ore uomo, rappresenta un onere superiore di oltre un terzo rispetto alla media europea. Anche l’eccessiva complessità del sistema costituisce un freno alla crescita, unitamente al peso troppo elevato delle imposte che gravano su imprese e lavoro. Andrebbe costruito un sistema in linea con le moderne esigenze delle aziende, in cui i tax rate effettivi non siano significativamente superiori a quelli nominali e le differenze fra risultati economici e basi imponibili siano decisamente limitate e rivolte, più che ad aumentare il gettito con restrizioni ormai lunari sui costi, a individuare misure selettive che incentivino l’aumento della produttività e l’innovazione.

    Il sistema tributario può contribuire fortemente a creare i presupposti per tornare a crescere, spostando una parte del carico fiscale dal lavoro e dalle imprese sulle rendite, su nuovi indici di capacità contributiva finora trascurati dalla tassazione, su imposte correttive che guardino ai pressanti temi della salvaguardia dell’ambiente e che possano, educando, compensare i problemi creati dalle tante esternalità negative a cui la nostra società è oggi esposta.

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