Opinioni

Economia e mercato, risultato di conflitti o costruzioni oggettive

Nel vagheggiare un ordine naturale forse c’è una troppo ingenua speranza sulla storia degli uomini

di Natalino Irti

(AdobeStock)

3' di lettura

Non ultima e non lieve, fra le innumeri debolezze dell’età, è la tentazione autobiografica, il volgersi indietro nel tempo, il trarre dal passato le ragioni dell’oggi. Ma questa volta è forse necessaria e perdonabile.

Torna nel dibattito l’idea del mercato come “ordine naturale”, cioè insieme di rapporti, che non ha bisogno di leggi (di norme dettate da uomini per altri uomini), poiché si governa da sé, e da sé si costruisce in assetto unitario. Si rinnova anche la critica di tale teoria: che ora rileggiamo in una succosa e acuta recensione di Marco Onado (nel “Domenicale” del 29 agosto 2021).

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Si conceda all’autore di questo articolo il rammentare un suo proprio libro del 1998, L’ordine giuridico del mercato, che destò larga e vivace discussione, e ottenne lusinga di consensi e stimolo di dissensi.

Ne nacque così un nuovo libro, nel quale furono raccolte pagine autorevoli: da Mario Draghi a Guido Rossi, da Piero Schlesinger a Leopoldo Elia (ed altri amici e colleghi sensibili al tema).

Si argomentava in quel saggio che il mercato, come unità di rapporti economici, non è locus naturalis, appoggiato su sé stesso, ma locus artificialis, ossia costruito, per singole categorie di beni, da apposite norme giuridiche.

E che dietro tali leggi, al pari di qualsiasi altra, stava la decisione politica, la volontà di conformare la produzione e gli scambî in un dato modo e secondo certi criterî. Donde la scomposizione del “mercato” in una pluralità di “mercati”, ciascuno proprio di una categoria di beni, ciascuno governato da diverse norme, ciascuno sottoposto a specifiche “autorità”.

Sullo stesso concetto di “ordine” possono sollevarsi dubbî (e ne vengono avanzati nel saggio di Bernard Harcourt, di cui dà notizia Onado): ma è da intendere, non come ordine “naturalistico”, che gli uomini trovino dinanzi a sé, ma come regime di norme - o, se si vuole, unitaria disciplina -, costruita per decisione politica, cioè in vista di fini collettivi della polis.

E perciò si spiega che tale ordine non sia stabile, istituito un giorno per sempre, ma storicamente mutevole. Di quella storicità, che talvolta esige il rigido schematismo di piani, ed altra la più larga libertà di iniziativa privata, ed altra ancora il saggio equilibrio fra contrastanti esigenze. Nulla è più “innaturale” di questo sorgere e cadere di “ordini”, di questo nascere e tramontare di ideali politico-economici: che tutti sono espressioni di volontà e di ardenti conflitti fra gli uomini.

C’è forse, nel vagheggiare un “ordine naturale”, così nel diritto come nell’economia, l’ingenua speranza che la storia degli uomini, dura e aspra e dolorosa, si concluda come nella quiete di un paesaggio alpino. A nessuno può esser tolta questa speranza; ed anzi la storia se ne appropria, e, congiungendola con altri stati d’animo ed altre attese, ne fa materia del suo inesausto cammino. Quasi a modo di metafora storica, si vorrebbe rammentare che il tagliente Carl Schmitt, chiosando il famoso detto di Walther Rathenau «oggi non la politica, ma l’economia segna il destino», corresse: «Sarebbe più giusto dire che la politica rimane, prima e dopo, essa, il destino, e che è accaduto solo anche questo, che l’economia è diventata un politicum, e per ciò stesso anch’essa “destino”».

Se “destino” – parola che nella cultura tedesca riceve un’abissale densità di significati – indica più semplicemente la direzione tracciata a una comunità in un campo o l’altro della sua vita, sempre la frase di Schmitt rivela un pensiero fondamentale: che il regime dell’economia non è un dato di natura, accertabile nella sua estrinseca oggettività, ma una costruzione storica, un risultato di aspri conflitti politici, un terreno in cui si esprimono e misurano le nostre volontà di cittadini.

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