scienza e gender gap

Economia perdente con poche economiste

di Tiziana Assenza ed Emmanuelle Auriol


(© Javier Larrea)

3' di lettura

Alle donne non piace occuparsi di economia o alle scienze economiche non piacciono le donne? I dati parlano chiaro: la presenza femminile in accademia per questo tipo di studi è inferiore rispetto alle altre scienze sociali.

Il gender gap in economia deve essere affrontato non solo per una questione di discriminazione ma anche perché garantire l’eterogeneità di genere favorisce il dibattitto tra diversi punti di vista. Com’è emerso nel corso della tavola rotonda “Women in Economics” promossa il 21 giugno scorso dal Complexity Lab in Economics nell’ambito della 24esima edizione del convegno internazionale “Computing in Economics and Finance” ospitato dall’Università Cattolica.

Uno studio statunitense del 2014 (Ann Mary May e co-autori) indica come economisti ed economiste hanno opinioni differenti sulle prescrizioni di politica economica, concludendo che la bassa quota di donne presenti nelle scienze economiche può causare un “bias” sulla visione prevalente nella professione.

Secondo i dati RePEc (Research Papers in Economics, un sito web sugli economisti attivi nella professione) le donne in accademia per quanto riguarda le scienze economiche rappresentano a livello mondiale in media solo il 19%, con differenze significative tra i diversi Paesi. In Europa le nazioni con una presenza femminile più elevata sono Romania (52%), Portogallo (34%), Italia (30%), Spagna (27%) e Francia (26%). Mostrano quote più basse Germania (20%), Svezia (20%), Regno Unito (18%), Finlandia (16%) e Olanda (15%).

Un rapporto del 2014 del Cswep (Committee on the status of women in economics profession) e un lavoro di Stephen J. Ceci e co-autori dello stesso anno dimostrano che alle donne piace studiare economia. Entrambi i lavori, condotti su dati statunitensi, se da un lato dicono che sono meno attratte degli uomini dalle scienze economiche (circa il 30% degli studenti al primo anno del corso di laurea), dall’altro, una volta scelto questo percorso, tendono a essere più persistenti intraprendendo anche un PhD. Negli ultimi 10 anni negli Stati Uniti più del 30% dei titoli di dottorato in economia sono stati conseguiti da donne e la quota di coloro che iniziano un corso di questo tipo è maggiore di quella degli uomini. La percentuale femminile si mantiene inoltre attorno al 30% per quanto riguarda i corsi di PhD e le posizioni da assistant professor (a tempo determinato) ma si abbassa drasticamente se si considerano le posizioni a tempo indeterminato di professore associato e professore ordinario (rispettivamente 20% e 10% circa).

C’è da chiedersi se la situazione sia specifica delle scienze economiche o sia simile anche per le scienze sociali o per percorsi come ingegneria, fisica o matematica. Un lavoro di Donna K. Ginther e Shulamit Kahn del 2004 mostra che le cose vanno meglio non solo per le altre scienze sociali ma anche per le Stem (Science, technology, engineering and mathematics). Da un confronto dei percorsi di carriera di uomini e donne nei vari ambiti disciplinari gli autori giungono alla conclusione che il percorso di carriera è più complicato e più lungo nelle scienze economiche rispetto alle altre discipline.

E in Europa? I dati preliminari raccolti dalla Women in economics (WinE) committee della European economic association (Eea) sembrano confermare come le quote di presenza di donne siano molto basse, soprattutto ai livelli alti della carriera: si passa da un 39% nella posizione di assistant professor al 21% di quella di full.

Sempre nel lavoro di Ceci e co-autori (su dati Usa) si considerano le differenze in termini di salari. Purtroppo non solo esiste un divario retributivo - e più accentuato per le scienze economiche - ma è sorprendente rilevare un peggioramento tra il 1995 e il 2010 per assistant professor e full professor con retribuzioni scese rispettivamente dal 97% all’87% e dal 95% al 74% (del salario dei colleghi uomini). Si potrebbe pensare che ciò sia causato dal fatto che le donne lavorino di meno e pertanto vengano retribuite di meno. Non è affatto così: le ore lavorate sono le medesime.

Eppure una delle maggiori conclusioni della teoria economica afferma che non dovrebbero esistere divari salariali basati sul genere, ma su misure oggettive di performance quali, ad esempio, la produttività, un paradosso per una scienza che sembra predicare bene ma razzolare male.

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti