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Economia Aziende

Lo strano caso della ricotta «made in Romania» prodotta con i soldi dello stato italiano

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Questo articolo è stato pubblicato il 06 settembre 2010 alle ore 20:07.

«Per voi abbiamo intrecciato il latte rumeno alla tradizione e alla tecnologia italiana» si legge nella pagina di presentazione dei prodotti della Lactitalia. Pecorino, mascarpone, ricotta dolce e salata, mozzarella caciotta. Il meglio dei prodotti caseari del Belpaese. Ma confezionati in uno stabilimento di Nizvin, cittadella rumena nei pressi di Timisoara.

Niente di nuovo sotto il sole. Gli scaffali dei supermercati di tutto il mondo sono pieni di prodotti tipici della cucina mediterranea, ma che con il nostro paese hanno ben poco a che fare. Famoso è il caso del "parmesan", il falso parmigiano contro cui i produttori italiani hanno ingaggiato nei mesi scorsi una bataglia a colpi di carte bollate alla corte di giustizia europea (che alla fine gli ha dato ragione).

L'aspetto rilevante è però che tra gli azionisti di Lactitalia, oltre alla srl romena Roinvest, c'è la Simest Spa, una società partecipata in maggioranza (il 76%) dal ministero dello Sviluppo economico allo scopo di «promuovere il processo di internazionalizzazione delle imprese italiane e assistere gli imprenditori nelle loro attività all'estero».

Il caso della Lactitalia è stato sollevato dalla Coldiretti in occasione della protesta dei pastori italiani, giunti a Roma da tutte le regioni italiani per manifestare di fronte al ministero delle Politiche agricole. Il settore è in grave crisi e la diffusione di «prodotti di imitazione concorrenti» di basso costo e qualità spacciati come italiani non aiuta. La loro importazione, denuncia l'associazione, è addirittura quintuplicata (+403 per cento) rispetto allo scorso anno.

L'accusa è chiara «Siamo di fronte - sostiene l'associazione in una nota - a un caso eclatante in cui lo Stato italiano, che è impegnato a combattere il finto Made in Italy, ne diventa addirittura produttore, perché è proprietario di una industria che in Romania, con latte romeno e ungherese, produce formaggi di pecora che vengono «spacciati» come Made in Italy sui mercati europeo e statunitense, contribuendo a uccidere con la concorrenza sleale i pastori italiani».

«Ma quale concorrenza sleale - ribatte dalla Romania Mario Bassi, direttore esecutivo della Lactitalia - sono altri quelli che fanno il falso "made in Italy". Ci sono tante aziende casearie italiane, magari pure della Coldiretti, che fanno i formaggi con il latte importato dall'estero per poi scrivere che l'anno fatto in Italia».

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Bassi si dice allibito dalle accuse e rivendica la trasparenza della sua azienda: «Facciamo formaggi italiani in Romania con latte romeno e non lo nascondiamo, lo scriviamo sull'etichetta. Abbiamo ottenuto tutte le autorizzazioni dall'Unione europea, non vedo quale sia lo scandalo. Siamo una piccola azienda che vende soprattutto in Romania. Il nostro export in Italia è risibile. Non siamo certo noi che minacciamo i piccoli produttori italiani».

«È chiaro che non c'è nulla di illegale in tutto ciò - ribatte Sergio Marini, presidente della Coldiretti - ma certo è un'operazione molto furba usare, per l'azienda, un nome che richiama direttamente al nostro paese "Lactitalia". Per non parlare dei prodotti: "Toscanello", "Pecorino" o "Dolce vita". Sono pochi quelli che vanno a vedere l'etichetta con la scritta "made in Romania"...».

Il ministero dello Sviluppo economico, azionista di maggioranza della Simest, non commenta ufficialmente la denuncia dell'associazione. Chi invece vuole fare chiarezza è il titolare delle Politiche agricole Giancarlo Galan che si è impegnato ad indagare istituendo un'apposita Commissione di inchiesta sul caso e per verificare se ce ne siano altri ananaloghi-

Dalla Simest, che attende di fare le verifiche necessarie prima di replicare alle accuse della Coldiretti, fanno sapere di non vederci nulla di male nell'investimento in Romania. «La nostra funzione è quella di supportare le aziende che vanno all'estero e creano nuovi mercati. In questo caso non c'è stata nessuna delocalizzazione, ma semplicemente un'impresa italiana che ha deciso di portare prodotti italiani in un altro paese».

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