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Economia Gli economisti

La globalizzazione avanza e non è un male

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Questo articolo è stato pubblicato il 25 gennaio 2011 alle ore 16:30.

LONDRA – In un recente simposio organizzato dal Financial Times sulle prospettive della globalizzazione per il 2011, l’editorialista Gideon Rachman ha osservato che durante la sua ultima visita in India, Barack Obama ha annunciato alla nazione ospitante la riapertura in occidente del dibattito sulla globalizzazione e l’aumento crescente di una forte reazione negativa tra le economie avanzate.

Ma l’allarmismo di Rachman è mal riposto. La paura della globalizzazione in occidente non è una novità. E’ da più di un quarto di secolo che intellettuali, sindacati e organizzazioni ambientali delle economie avanzate esprimono paure e sentimenti anti-globalizzazione.

Storicamente la paura della globalizzazione è tuttavia iniziata in oriente non in occidente. Dopo la Seconda Guerra Mondiale l’occidente ha eliminato qualsiasi barriera ai flussi commerciali e di investimento lavorando duro al fine di eliminare i controlli di scambio e passare alla convertibilità della valuta. Ciò che veniva talvolta definito l’ordine economico liberale a livello internazionale rappresentava l’ordine del giorno, ed era condiviso anche dall’opinione pubblica.

Per contro, l’oriente ha tendenzialmente abbracciato la paurosa prospettiva secondo cui, per usare le parole del sociologo cileno Oswaldo Sunkel, l’integrazione nell’economia internazionale avrebbe portato alla disintegrazione dell’economia nazionale. Molti intellettuali hanno condiviso questa cupa visione anti-globalizzazione sostenuta anche da gran parte dei policymaker dell’est.

Da parte sua l’occidente ha accettato l’idea che la globalizzazione (così come il commercio) avrebbe portato profitti reciproci, abbracciando in tal modo il principio che ho ribattezzato nel 1997 come incuria benigna. Andando oltre, l’occidente ha poi sempre considerato gli investimenti esteri ed i sussidi come forme di altruismo o intento benigno, mentre l’oriente ha sempre visto la globalizzazione in un mondo di nazioni ricche e povere solo come fautrice di un impatto maligno. Alcuni studi hanno poi addirittura trasformato l’impatto maligno in un elemento ancor più sinistro, ovvero in intento maligno. Gli aiuti esteri sono quindi sempre stati visti come un piano mirato ad intrappolare le nazioni povere in un contesto neo-colonialista.

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Tags Correlati: Barack Obama | Doha | Gideon Rachman | Jagdish Bhagwati | Organizzazione Mondiale per il Commercio | Oswaldo Sunkel | Peter Sutherland | Rudyard Kipling

 

Ho voluto definire ciò che si è verificato in seguito come un ironico capovolgimento. Con il manifestarsi dei benefici della globalizzazione e del danno prodotto dalle politiche autarchiche, i policymaker in oriente hanno iniziato a riconoscere che il loro atteggiamento anti-globalizzazione era sbagliato.

Ma proprio allora la paura della globalizzazione ha iniziato a spostarsi verso l’occidente. Se da un lato l’oriente ha sempre temuto di non poter trarre profitto dalle relazioni commerciali con l’occidente a causa delle sue migliori infrastrutture e capitale umano, dall’altro l’occidente ha iniziato ad avere timore di subire perdite attraverso i rapporti commerciali con l’oriente a causa della sua disponibilità di una forza lavoro più consistente ed economica. La protratta stagnazione degli stipendi della forza lavoro non specializzata è stata attribuita ai prodotti d’importazione a basso costo e ad alta intensità di manodopera, senza considerare il principio secondo cui l’utilizzo di prodotti asiatici ad alta intensità di manodopera da parte dei lavoratori occidentali compenserebbe l’impatto sugli stipendi reali.

Un altro esempio è dato dalle storiche preoccupazioni dell’est rispetto alla fuga di cervelli dei professionisti verso l’occidente che sembrava offrire maggiori opportunità. Oggi l’occidente sta vivendo un periodo di opposizione anti-globalizzazione da parte dei membri di gruppi professionali che temono di perdere il lavoro a favore dei loro omologhi stranieri.

Nella sua The Ballad of East and West (La Ballata dell’Est e dell’Ovest, n.d.t.), Rudyard Kipling diceva che Oh, l’est è l’est e l’ovest è l’ovest, i due non saranno mai conciliabili. Data l’ironica inversione di tendenza delle paure della globalizzazione, Kipling continua ad avere ragione: la convergenza continua a sfuggire ad oriente ed occidente.

L’attuale crisi non ha provocato il dibattito sulla globalizzazione in corso in occidente, l’ha solo reso più evidente. Ciò nonostante, la crisi potrebbe portare comunque l’occidente a prendere decisioni politiche a favore della globalizzazione. Ad esempio, nel campo commerciale è stato preso un impegno importante, in gran parte implementato, al fine di evitare significativi ritorni al protezionismo. Inoltre, i leader del G-20 hanno continuato ad esprimere la necessità di concludere le trattative del Doha Round sulla liberalizzazione del commercio.

Sono poi in corso iniziative come la nomina da parte dei governi britannico, tedesco, indonesiano e turco di un gruppo di esperti di alto livello del settore commerciale guidato da me e Peter Sutherland, ex direttore generale del GATT e dell’OMC. I quattro governi presenteranno una relazione in occasione della prossima edizione del Forum economico mondiale di Davos su come concludere Doha nel corso di quest’anno.

In altre parole, si potrebbe ancora dimostrare che Kipling aveva torto. Un cambio di tendenza in occidente è possibile, forse persino probabile. L’attuale crisi potrebbe quindi creare, casualmente, un consenso pro-globalizzazione che si estenda da oriente ad occidente.

Jagdish Bhagwati, professore di economia e giurisprudenza presso la Columbia University e ricercatore senior in economia internazionale presso il Consiglio sulle Relazioni Estere, è autore di In Defense of Globalization (In difesa della globalizzazione, n.d.t)

Copyright: Project Syndicate, 2011.www.project-syndicate.orgTraduzione di Marzia PecorariPodcast in inglese a quest’indirizzo:

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