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Questo articolo è stato pubblicato il 23 marzo 2011 alle ore 08:46.

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La Cina apre al cibo italianoLa Cina apre al cibo italiano

Un deterrente allo sfruttamento truffaldino dell'italian sounding. Ieri è andato in porto il protocollo sperimentale «dieci più dieci» siglato cinque anni fa tra Europa e Cina per lo scambio di registrazioni di prodotti Dop e Igp. Tra gli europei i nostri Grana Padano e prosciutto di Parma.

L'annuncio è del commissario europeo all'agricoltura in persona, Dacian Ciolos, in visita in Cina a Hangzhou, dove ha incontrato Sun Dawei viceministro cinese con delega alla qualità e ai controlli doganali.

Sono così caduti possibili ostacoli al riconoscimento da parte della Cina della registrazione di prodotti di alta qualità europei ma anche i cinesi, dal canto loro, potranno importare in Europa con più tranquillità il meglio della loro tradizione alimentare. I problemi, dal punto di vista pratico, non erano sull'iter previsto per l'indicazione geografica, quanto nell'aspetto linguistico.

La rosa di prodotti europei presentata ai cinesi risulta sfoltita: in pratica resta una netta prevalenza di formaggi, mentre i prodotti italiani sono quelli garantiti da più tempo dal marchio di qualità e con più mercato in Cina. Via gli alcolici, dunque, dalla birra al porto alla vodka. A novembre scorso, intanto, c'era stato un primo slancio da parte dell'Italia nella registrazione dei vermicelli cinesi Longkou fen si.

Ora si apre un più ampio ventaglio, dal tè alle mele e pere cinesi, all'aceto tipico dello Zhejiang. Luigi Sun, importatore di cibi etnici di origine cinese è ottimista: «Finalmente saranno evitati problemi di vario tipo, tra cui la messa a norma di prodotti specifici, ricordo che il tè cinese ha avuto spesso problemi all'importazione, spesso a causa di un più alto livello di terriccio presente nel prodotto. Ma c'è anche il vantaggio di vendere prodotti cinesi di qualità, certificati. Il che è importante per l'immagine della stessa Cina, troppo spesso identificata come fornitrice di materiale scadente». I dieci prodotti cinesi del protocollo hanno già in ballo una richiesta pubblicata in Gazzetta ufficiale europea, a breve il via libera definitivo. Il 2010 è stato un anno record per l'export di prosciutto di Parma (+9,5%), ma soprattutto per il Grana Padano con l'export che è cresciuto del 26%. Le due denominazioni restano anche le più copiate al mondo.

Soddisfatto il ministro delle politiche agricole Giancarlo Galan: «L'obiettivo dell'Italia e del ministero delle politiche agricole è quello di proseguire su questa strada, valorizzando le eccellenze agroalimentari e dando così la possibilità a tutte le indicazioni geografiche di guadagnare spazi sia tra operatori e consumatori cinesi sia in tutto il resto del mondo».

«Dopo l'aumento nel corso del 2010 delle esportazioni di Grana Padano e Parmigiano Reggiano del 162 per cento in Cina, nonostante la tradizionale opposizione al consumo di prodotti lattierocaseari da parte dei cittadini asiatici, non può che essere accolto con favore il superamento degli ostacoli al riconoscimento da parte della Cina dei primi due prodotti di alta qualità italiani come il prosciutto di Parma ed il grana padano», commenta la Coldiretti.

«Una notizia importante che ci fa guardare a mercati internazionali come quelli orientali con maggior ottimismo», dice Stefano Berni, direttore generale del Consorzio Grana Padano. Quanto al prosciutto di Parma, Andrea Beretta, primo esportatore in Cina con circa 1740 pezzi nel 2010 commenta: «È una decisione che vale almeno una crescita del 40%».

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