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Questo articolo è stato pubblicato il 20 aprile 2011 alle ore 06:42.

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Li chiamano, con un acronimo inglese, Neet. Sono i giovani tra i 15 e i 29 anni che non sono iscritti a scuola né all'università, che non lavorano e che nemmeno seguono corsi di formazione o aggiornamento professionale. "Not in Education, Employment or Training". Nel nostro Paese sono oltre due milioni, il 21,2 per cento della popolazione nazionale di riferimento: un esercito immobile di nuovi analfabeti lavorativi. Che ha perso il treno dell'istruzione, che scivola verso i confini del mercato occupazionale, che rischia di non contribuire mai al sistema previdenziale. E pesa come un macigno sulla ripresa economica italiana. «È forza lavoro che sarebbe molto utile alle imprese in un momento come questo di uscita dalla crisi - è la sintesi fatta dai principali commentatori - ma che resta inattiva, espulsa dai percorsi formativi e che contemporaneamente non riesce a entrare nel mondo del lavoro. Ed è a un passo dal diventare disoccupazione strutturale».
Ma da chi è composto questo esercito? Chi sono questi ragazzi? Dove vivono? Che titolo di studio hanno? Sono queste alcune delle domande a cui ha cercato di dare una risposta non solo l'Istat, che ha offerto una rilevazione numerica del fenomeno, ma anche il ministero del Lavoro. Partendo dai dati dell'istituto di statistica, il dicastero guidato da Maurizio Sacconi ha provato a tracciare volto e identità di questi due milioni di "néné", né lavoratori né studenti. A partire dal genere e dall'area di residenza: più della metà, il 56,5 per cento, è costituito da donne che vivono al Sud (Napoli, Catania, Brindisi e Palermo sono le province che vestono la maglia nera) e hanno un livello di istruzione medio basso, licenza media o al più diploma superiore. La maggior parte ha anche smesso di cercare un impiego: il 57,7 per cento dei maschi Neet italiani è inattivo, e se si guardano alle percentuali delle donne la situazione appare ancora più drammatica. Ogni cento ragazze, 72 si sono rassegnate a rimanere disoccupate e a non entrare nel mercato del lavoro. Anche in questo caso le performance peggiori si registrano al Sud, con picchi che superano l'80% in Campania. Ma a dimostrazione che quello dei Neet è un problema strutturale, una percentuale di inattivi superiore alla media nazionale lo fa registrare il Trentino Alto Adige, dove si sfonda il tetto del 60% contro il 39% di chi invece non si rassegna alla disoccupazione.
I dati statistici aiutano a capire qualcosa di più del fenomeno, ma meglio possono fare le parole di Emmanuele Massagli, ricercatore universitario e vice presidente di Adapt, l'associazione per gli studi sul diritto del lavoro fondata da Marco Biagi. Quello che i numeri non dicono sono, infatti, i motivi per cui un giovane smette di studiare e di cercare lavoro, sono i percorsi che lo hanno portato in un limbo di inattività cronica, sono le difficoltà strutturali e sistemiche del mercato del lavoro italiano e che sono concause del problema. «Se andiamo a vedere chi sono questi due milioni di ragazzi - spiega Massagli, che è anche membro dell'ufficio tecnico del ministero del Lavoro -, vediamo che sono un universo molto variegato: ci sono i giovanissimi che hanno terminato la scuola dell'obbligo e lavorano in nero, ed è un fenomeno particolarmente importante al Sud; ci sono i demotivati, coloro i quali cioè hanno smesso di cercare un impiego perché dopo il diploma non sono riusciti a entrare subito nel mercato; e infine ci sono i laureati che hanno acquisito competenze risultate subito obsolete per le richieste delle imprese». Profili diversi ma tutti altrettanto problematici. Il rischio è infatti che questi giovani si trasformino nel tempo in disoccupazione strutturale, una componente che nemmeno i contratti più flessibili riuscirebbero a inserire nel mondo del lavoro, con conseguenze a catena anche dal punto di vista pensionistico. «Il sistema degli ammortizzatori sociali italiani è strutturato per la tutela di chi è già occupato - prosegue Massagli -: invece che aiutare i giovani, si è pensato fosse meglio sostenere i padri di famiglia. Bene, adesso però è tempo di tornare ad occuparsi dei ragazzi, favorire il loro ingresso nel mercato del lavoro, creare dei percorsi virtuosi che tendano a scardinare il concetto che l'istruzione tecnica è di Serie B rispetto a quella intellettuale di Serie A. Per fare ciò, uno strumento fondamentale è il contratto di apprendistato in tutte le sue forme, che aiuta sia i giovani sia le aziende, che in questo momento hanno bisogno di forza lavoro da impiegare per uscire dalla crisi».
Di contro, l'alternativa è quella di continuare a zavorrare la ripresa economica e il sistema Italia, ingrossare le fila di questi due milioni di "analfabeti lavorativi" e ampliare il divario tra le necessità delle imprese e l'offerta di diplomati e laureati. L'analisi fatta da Unioncamere sul fabbisogno occupazionale delle aziende non lascia, in questo senso, spazio a dubbi interpretativi: all'appello mancano quasi 150 mila lavoratori specializzati, il 26% delle posizioni aperte. A fronte di ciò, negli ultimi mesi il numero dei Neet è cresciuto di 142 mila unità: «Nella fase attuale, e per fare in modo che si fermi la crescita dei giovani inattivi, è necessario focalizzare l'attenzione sui tredicenni, sui ragazzini che frequentano la terza media - sostiene Claudio Gentili, direttore di Confindustria Education -. Bisogna orientarli al sapere professionalizzante, indirizzarli e accompagnarli in questi percorsi, fare di tutto per favorire l'alternanza scuola-lavoro». I più recenti studi dimostrano che un diplomato tecnico impiega meno tempo di un laureato a trovare un impiego, e che nel medio periodo anche le retribuzioni sono più alte: «Se non si inverte questa tendenza - conclude Gentili - si depauperano le imprese di forza lavoro qualificata e si rischia che questi ragazzi entrino nel tunnel della disoccupazione giovanile e facciano parte dell'esercito dei Neet italiani».

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