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Questo articolo è stato pubblicato il 28 ottobre 2011 alle ore 08:34.

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Nuovo, grave incidente di percorso per il Ponte sullo Stretto di Messina dopo la cancellazione dalle mappe europee delle priorità infrastrutturali. La Camera ha approvato ieri, con il parere favorevole del Governo e l'astensione della maggioranza, una mozione dell'Idv che, nel raccomandare il risarcimento dei 1.665 milioni di tagli al trasporto pubblico locale, ipotizza di reperire le risorse necessarie «anche eventualmente ricorrendo alla soppressione dei finanziamenti» previsti per la realizzazione del Ponte.

Si tratta di 1.770 milioni su un costo totale aggiornato dell'opera di 8,5 miliardi: 1,3 miliardi sono il contributo diretto alla società assegnato alla ripresa dell'opera nel 2008, 470 milioni sono destinati all'Anas, nel 2012, per sottoscrivere un aumento di capitale in favore di Stretto di Messina Spa. Il voto ha generato grande imbarazzo nella maggioranza e subito si sono rincorse le interpretazioni della nuova debacle. Colpo di grazia definitivo per la megaopera voluta da Silvio Berlusconi? Ulteriore segnale del malessere di leghisti e di settori del Pdl? O ennesimo episodio dello stato di confusione in cui versano maggioranza e Governo in Parlamento? Certo è che ai tempi in cui Governo e maggioranza difendevano compatti il Ponte voluto da Berlusconi, una cosa del genere non sarebbe accaduta.

Anche la Lega, a quei tempi, non si è mai concessa libertà sul tema, pur avendo una posizione ostile. Ora, dopo lo schiaffo europeo e un'incertezza che si prolunga sul completamento del finanziamento (Pietro Ciucci ha chiesto al Tesoro 1-1,2 miliardi di aumento di capitale senza avere risposta), l'opera appare oggettivamente più traballante. L'interpretazione che andava per la maggiore ieri in Transatlantico è che il Governo avesse voluto evitare di incassare una bocciatura esprimendo un parere negativo con una presenza in Aula dei deputati della maggioranza tutt'altro che tranquillizzante. Si sarebbe trattato, insomma, di un rimedio peggiore del male.

I più diretti interessati hanno immediatamente minimizzato l'episodio. A partire dal viceministro alle Infrastrutture, Aurelio Misiti, che ha parlato di interpretazione errata e ha spiegato che nella riformulazione da lui proposta lascia al Governo la «discrezionalità di trovare i fondi da varie fonti», escludendo quindi «categoricamente che il Governo possa decidere di non realizzare il Ponte». Nel regno del paradosso, non si può non ricordare che Misiti viene proprio dall'Idv e anche che, da tecnico e da presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici aveva dato via libera al progetto di massima dell'opera.

Sull'incidente ha minimizzato anche il ministro delle Infrastrutture, Altero Matteoli, che a caldo ha parlato di «posizione personale del viceministro Misiti che non corrisponde a quanto pensa il Governo né tantomeno il sottoscritto». In serata, dopo la precisazione di Misiti, i collaboratori del ministro gettavano acqua sul fuoco, spiegando che una mozione non produce nessun effetto normativo e che la posizione del Governo sul Ponte non cambia minimamente. Esclusa, quindi, qualunque rinuncia definitiva o chiusura del progetto, cosa che per altro comporterebbe un pesante contenzioso sulle penali da pagare al general contractor guidato da Impregilo.

Anche la società Stretto di Messina, concessionaria dell'opera, «ciò anche alla luce delle valutazioni espresse al riguardo dal ministro Matteoli». Soddisfatta infine l'opposizione: l'Idv reclama il «rispetto del no del Parlamento», Michele Meta (Pd) trova che sia meglio «dare quei soldi al trasporto pubblico».

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