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Questo articolo è stato pubblicato il 24 novembre 2011 alle ore 06:41.

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MILANO
Sono quasi due anni, ormai, che Aldo Bonomi, industriale bresciano vicepresidente di Confindustria, va su e giù per l'Italia a promuovere le reti d'impresa. Una sfida nella quale ha creduto dall'inizio, quando Confindustria l'ha proposta al precedente Governo, all'interno della Legge Sviluppo, e poi allargata alle Camere di Commercio. Dopo tanta fatica ora comincia a vedere, con comprensibile soddisfazione, i primi risultati concreti. «Non è tanto per i 200 contratti. La ruota ormai è in movimento - spiega - e se ne faranno tanti altri. Poi vedremo quanti davvero avranno successo. Ma ciò che più conta è il vero e proprio salto di mentalità che, grazie alle reti d'impresa, gli imprenditori italiani possono fare». Già, perché è proprio questo l'ostacolo più duro che Bonomi in questi due anni ha dovuto affrontare: «Far cambiare mentalità a noi imprenditori è davvero dura». Il nodo è sempre lo stesso: l'individualismo del singolo che costringe l'impresa a restare piccola. «Lentamente questo modello, che dà massa critica senza dover rinunciare all'autonomia, sta cambiando il nostro modo di pensare. Stiamo capendo l'importanza di lavorare insieme. E questo, lo dico con orgoglio in un fase così complicata per il Paese, grazie al fatto che per una volta siamo riusciti a fare sistema con le istituzioni. È stato un grande risultato».
C'è un'altra cosa di cui Bonomi va fiero ed è il fatto che le reti d'impresa sono diventate «oggetto di studio in Francia e in Germania: hanno capito che sono molto utili e vogliono provarci anche loro».
La prossima sfida sarà quella di rendere lo strumento della rete sempre di più «a misura d'impresa». Per esempio «con semplificazioni burocratiche, o dando attuazione a quanto prevede lo Statuto delle imprese sulla partecipazione dei contratti di rete contratti di rete alle gare pubbliche». Un altro aggiustamento a cui si sta già lavorando e che dimostra l'efficacia delle reti «è la partecipazione di imprese estere. «Un'evoluzione del tutto imprevedibile un anno fa ma che la rete di imprese bresciane Five for Foundry ha dovuto affrontare quando - racconta Bonomi - ottenuti alcuni appalti in Polonia, si è vista arrivare le richieste di un'impresa tedesca e di una polacca». La conferma che il modello è da esportazione.
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