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Questo articolo è stato pubblicato il 14 dicembre 2011 alle ore 06:41.

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MILANO
«Almeno il 30% delle aziende italiane ha la capacità di muoversi come stiamo facendo noi ma per raggiungere la Germania è l'intero sistema a dover fare un salto di qualità». Gianfelice Rocca, presidente di Techint, ci mostra su una carta geografica la nuova fisionomia di Tenova, tra i maggiori fornitori mondiali di tecnologie e servizi per l'industia metallurgica e mineraria. Con l'acquisto della sudafricana Bateman Engineering, Tenova raddoppia le proprie dimensioni e accelera nel business minerario. «Ormai – spiega Rocca – Tenova è un caso di studio ad Harvard: cinque anni fa fatturava 200 milioni, ora ci avviciniamo ai due miliardi e guardando al mercato minerario abbiamo dimensioni significative; vogliamo almeno il 10% di quota di mercato negli investimenti globali». L'acquisto di Bateman, 400 milioni di ricavi e 1.400 addetti in cinque continenti, arriva a pochi giorni dall'operazione da 2,7 miliardi di dollari che porta il gruppo a controllare insieme a Nippon Steel la maggioranza di Usinas Siderurgicas de Minas Gerais, tra i leader della siderurgia in Brasile. «Ora – aggiunge Rocca – copriamo il 50% della produzione di acciai "piani" dell'intera America Latina, nell'auto siamo leader, arriviamo ad avere 30 miliardi di tonnellate di riserve di minerale di ferro».
Dimensioni maggiori, dunque. E mercati emergenti.
La ricetta per lo sviluppo secondo Rocca non può prescindere da questi due aspetti, in un momento in cui la crisi globale torna a mordere. «Nel 2012 noi vediamo una crescita dell'1,5% nei Paesi sviluppati, di oltre il 4% in America Latina, del 6,5% in Asia. Il mondo è questo e noi dobbiamo capire che solo sviluppandosi oltreconfine è possibile per le aziende mantenere un forte e crescente presidio in Italia. Tenova lo dimostra, negli anni è cresciuta e in prospettiva queste acquisizioni non potranno che portare all'ingresso di una serie di profili professionali anche qui». Ma le tante Pmi italiane – chiediamo – come possono replicare un modello che richiede dimensioni come le vostre? «Sono fiducioso, di casi come il nostro credo ne vedremo molti, la crisi in fondo è un'occasione e accelera questi processi. Del resto, io non vedo grandi alternative: se non ci muoviamo in questa direzione avremo problemi giganteschi. Il salto di qualità però deve essere globale, con il Paese che si allinea alle imprese e le sostiene. Spesso siamo vissuti come "controparte" ma io vorrei ricordare che nel bene o nel male il futuro del Paese è sulle spalle degli imprenditori».
Rocca insiste sulla necessità per l'Italia di impostare una strategia di medio termine in grado di far recuperare il divario di competitività lasciato sul campo nei confronti della Germania. «Loro hanno fatto per tempo i compiti a casa, noi no. Il gap competitivo che si è creato negli ultimi anni nel settore dei servizi e della Pa vale 20 punti percentuali, 6-7 in quello dei beni commerciabili, dunque legati all'export. La chiave di volta è il miglioramento nell'utilizzo del tempo, la flessibilità nel lavoro, la rapidità negli accordi sindacali. L'orologio in Asia corre più veloce e noi dobbiamo adeguarci».
Positivo il giudizio sui primi passi del Governo Monti, «un esecutivo d'emergenza che ha preso in mano il Paese sull'orlo della catastrofe. Guardando al summit tra Monti, Merkel e Sarkozy vedo che siamo tornati a giocare in Serie A, nel ruolo che ci compete essendo tra i fondatori dell'Europa». I provvedimenti – spiega Rocca – sono naturalmente soggetti a critiche ma la loro durezza è necessaria per invertire le aspettative dei mercati. Ma il sindacato – chiediamo – non sembra per nulla convinto della bontà della ricetta. «Farei una distinzione – spiega Rocca –. Nelle dichiarazioni pubbliche mi pare che non ci sia ancora la comprensione della gravità della crisi. Ma nella società italiana più profonda io credo si cominci a capire che il cambiamento fosse necessario, inevitabile. L'Italia deve scegliere se diventare un pò più "nordica" nei comportamenti oppure uscire dal club europeo. È una rivoluzione culturale, ma se riusciremo a farla potremo mettere a frutto i grandi punti di forza del nostro Paese: il made in Italy, la creatività, l'arte e la nostra cultura. È l'ora dei sacrifici, ma la prospettiva di un secondo miracolo economico è alla nostra portata».
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