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Questo articolo è stato pubblicato il 04 marzo 2013 alle ore 17:53.

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PARIGI – Quando un Paese versa in condizioni disastrose, temi un tempo ritenuti impensabili possono finire al centro del dibattito pubblico. In Francia, in questo momento, sta guadagnando terreno l'idea che il Paese sprofonderà in una crisi economica ancora più grave a meno che non ritrovi la propria sovranità monetaria.

Due sorprendenti dichiarazioni rilasciate dai leader francesi all'inizio di quest'anno evidenziano la forza di questo ragionamento. In primo luogo, il presidente François Hollande, preoccupato per l'apprezzamento dell'euro rispetto alle principali valute mondiali, ha chiesto un obiettivo dei tassi di cambio. Successivamente, , ministro delle finanze, ha annunciato che l'Europa potrebbe concedere alla Francia una proroga al termine fissato per l'obiettivo di disavanzo del Pil al 3%, imposto a partire da quest'anno sulla base del appena ratificato.

Queste posizioni sottintendono la volontà di esercitare il potere sovrano sulle norme e sulle decisioni dell'Unione economica e monetaria. Nel 1989-1991, questo stesso motivo spinse il presidente François Mitterrand a imporre l'euro alla Germania, legando così il potere monetario della Bundesbank a un quadro di riferimento in cui la Francia era sicura di esercitare un'influenza determinante. Dal momento che la moneta unica era la condizione imposta dai francesi per accettare la riunificazione tedesca, la Germania accettò le condizioni del gioco. A distanza di vent'anni, però, la sua prospettiva potrebbe essere cambiata.

La crisi del debito sovrano e del sistema bancario, che turba l'unione monetaria dal 2010, ha costantemente esposto le realtà in gioco, come quella dei tassi di cambio fissi che bloccano e amplificano le differenze tra gli Stati membri della zona euro in termini di competitività. Nel caso della Francia, la perdita di competitività e il conseguente tracollo delle esportazioni sono stati aggravati da una politica economica basata su una tassazione del lavoro schiacciante, volta a finanziare generosi programmi di assistenza e servizi pubblici di prima qualità (una pratica esacerbata da una soffocante regolamentazione del mercato del lavoro).

In un'unione monetaria, il divario di competitività tra i vari Paesi si può colmare soltanto in due modi: mediante trasferimenti di fondi dai Paesi più competitivi a quelli meno competitivi, oppure con una svalutazione interna, che implica una riduzione dei salari.

Non a caso, la preferenza è andata ai trasferimenti di fondi che, fino al tracrollo finanziario del 2008, hanno assunto la forma di prestiti transnazionali dal settore privato ai governi e alle banche. Dopo lo scoppio della bolla del credito nel 2008, i trasferimenti fiscali hanno sostituito questi flussi di capitali privati, causando la crescita smisurata del disavanzo. E ora, con il governo tedesco che, in qualità di creditore principale, detta legge sui trasferimenti di fondi verso i membri dell'eurozona più deboli, tutti questi flussi sono soggetti all'austerità (cioè, alla svalutazione interna).

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