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Come reagire all'orso dell'eurozona

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Global view

Come reagire all'orso dell'eurozona

LONDRA – Il buonsenso insegna che davanti a un orso dovremmo restare fermi fino a quando l'orso non perde interesse (o pensa che siamo morti) e ci lascia in pace. Ma esistono diverse specie di orsi, e alcuni sono più propensi di altri a farsi scoraggiare da un gesto audace e risoluto. Il punto è come decidere la strategia giusta davanti alla paura.

L'esempio che ho fatto può aiutare a capire come reagirà l'eurozona davanti alla prossima tornata di prove che l'aspetta, a cominciare dalle elezioni del Parlamento europeo, a maggio. Potrà semplicemente continuare a "stare ferma" sperando che non arrivino altri colpi ad attentare alla sua salute economica o, peggio, a minacciarne la sua stessa sopravvivenza?

A dire di alcuni ottimisti, l'attuale strategia di "stare fermi" sarebbe sufficiente a evitare il declino. Secondo il loro punto di vista, la decisione della Germania, da tre anni a questa parte, di permettere solo i trasferimenti – effettivi e potenziali – necessari a prevenire un disastro finanziario basterà in qualche modo per fare sì che l'eurozona cominci finalmente la sua ripresa, dopo cinque anni di recessione e stagnazione.

Il fatto è che questi trasferimenti, ovvero il fondo salva-Stati del Meccanismo Europeo di Stabilità e il programma di acquisto di bond da parte della Bce (Omt), possono a malapena scongiurare un tracollo. Non possono sostenere la produzione economica perché sono subordinati alla svalutazione interna dei Paesi destinatari (abbassando prezzi e salari).

Rinvigorire l'economia dell'eurozona richiede uno sforzo più radicale per risolvere il debito sovrano e le crisi bancarie collegati. Soprattutto, richiede una mutualizzazione del debito sovrano con gli eurobond e dunque l'eliminazione della sovranità fiscale dei Paesi dell'eurozona e una piena unione bancaria dotata della facoltà di ricapitalizzare e di un'assicurazione comune dei depositi, prospettiva molto lontana da quanto concordato.

Se i leader europei continueranno a preferire morbidi palliativi a strategie più ardite, lo scenario migliore che si prospetta è una fiacca ripresa con un aumento annuo del Pil dell'1-2%.

Purtroppo, questo scenario probabilmente non basterà a impedire futuri default in Paesi come l'Italia, la Spagna e persino la Francia. In altre parole, arrivati un certo punto, la strategia di restare fermi non sarà più quella praticabile.

Anzi, i leader europei potrebbero essere chiamati all'azione molto prima. Se la prospettiva delle Omt sembra tenere a bada la crisi finanziaria, almeno per il momento, la crisi politica è molto probabile con una reazione degli elettori alle politiche di svalutazione interna che stanno alimentando una forte disoccupazione e minando gli standard di vita nazionali. Le prossime elezioni del Parlamento europeo potrebbero rivelarsi un duro colpo.
Al momento, la classe politica europea è impegnata nella svalutazione interna di tutte le economie in difficoltà dell'eurozona. L'alternativa ¬– smantellare l'eurozona per permettere svalutazioni esterne – è diventata il terreno di gioco di partiti finora marginali che stanno prendendo piede fra l'opinione pubblica.

In Francia i gruppi interessati – il Front National e l'Union de la Gauche – rappresentano gli estremi dello spettro politico. In Italia potrebbe farsi avanti una forza anti-establishment, più ideologicamente neutra, con una posizione anti-euro molto più radicale di quella del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, emerso come il terzo partito del Paese alle ultime politiche. Se questi partiti guadagneranno terreno, le probabilità di sopravvivenza dell'euro diminuiranno.

L'impasse dell'establishment politico europeo è il frutto di una paura irrazionale sommata a una vana ambizione, ed è particolarmente evidente in Francia dove l'unione monetaria è stata spesso vista come uno strumento per arginare il potere d'azione mondiale della forza economica tedesca. Se lo smantellamento dell'eurozona significherebbe la fine del progetto europeo dell'establishment francese e un indebolimento della capacità dell'Europa di promuovere i propri interessi di fronte a potenze globali quali Stati Uniti e Cina, "un'anti-unione monetaria" è impensabile.

L'ambizione globale della Francia è palese ogni volta che i suoi politici parlano dell'euro. Per esempio nel 2011, Edmond Alphandéry, ex-ministro dell'Economia, ha dichiarato che se un Paese uscisse dall'eurozona sarebbe come se il Texas o la California abbandonassero il dollaro. E qui si capisce bene quale fu il primo auspicio all'origine della nascita dell'euro: i suoi architetti francesi sognavano un'Europa che potesse eguagliare l'America. È sempre stata un'ambizione illusoria, eppure continua a offuscare il giudizio dei leader europei.

I sostenitori della moneta unica su una cosa hanno ragione: ci sono sempre state motivazioni politiche dietro alla creazione delle unioni monetarie, da quella dell'America Latina tra il 1865 e il 1927, a quella fra Irlanda e Gran Bretagna, tra il 1922 e il 1979. Ma dimenticano un punto essenziale: la politica è anche la ragione dello scioglimento di queste unioni. Quando i costi e le divergenze economiche diventano qualcosa di più di una minaccia, la volontà politica di fare il necessario per garantire la sopravvivenza della moneta comune viene a mancare.

La reazione degli elettori contro l'euro può costringere l'eurozona a smetterla di starsene ferma e cominciare veramente a fare qualcosa. Il punto è se questo comporterà che alcuni, se non tutti i Paesi dell'eurozona, dovranno andarsene per la loro strada.

(Traduzione di Francesca Novajra)

Brigitte Granville insegna Economia internazionale e Politica economica al Queen Mary College dell'Università di Londra e il suo ultimo libro s'intitola Remembering Inflation.
© Project Syndicate, 2014.

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