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Metropoli e città fantasma

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Global view

Metropoli e città fantasma

Hong Kong - Molti osservatori tendono a considerare il proliferare delle moderne “città fantasma” create dai rischiosi veicoli finanziari offerti dagli enti locali cinesi (LGVF), come il sintomo del crollo imminente del Paese. Ma una tale visione sembra ignorare l'inevitabilità – di fatto la necessità – di sfide del genere nel cammino verso lo sviluppo.

Nel 2012, il venture capitalist William Janeway aveva osservato che lo sviluppo economico è un gioco a tre che coinvolge lo Stato, l'innovazione imprenditoriale privata e il capitalismo finanziario, con cicliche e inevitabili ricadute che creano le condizioni favorevoli all'ondata successiva di inventiva e all'aumento della produzione. Anche negli Stati Uniti ci furono città fantasma e fallimenti bancari quando a metà Ottocento il Paese cominciò a investire nelle ferrovie, nelle miniere e nell'industrializzazione, ma non ci furono crisi sistemiche che dilagarono all'esterno dal Paese.

Senza un investimento infrastrutturale su larga scala, soprattutto nei trasporti, l'incremento della produttività che permise l'ascesa dell'America a potenza industriale sarebbe stato impossibile. Anche se il processo comportò una forte distruzione creativa, la rapida crescita economica compensò le perdite derivanti dall'eccesso di capacità. Allo stesso modo, le città fantasma cinesi si riveleranno a posteriori solo degli ostacoli nel cammino verso lo sviluppo. Il massiccio investimento infrastrutturale della Cina, fondato perlopiù sugli LGVF, verrà molto probabilmente ricordato per il suo fondamentale contributo alla modernizzazione economica del Paese.

La traduzione dell'investimento infrastrutturale in progresso economico non è automatica, ovviamente. Le nuove infrastrutture – insieme alla formazione professionale che permette ai lavoratori cinesi di gestirle in modo efficace – devono stimolare la capacità produttiva del Paese per poter compensare la distruzione del valore legato ad asset fissi obsoleti e alla sottoccupazione. In questo senso, le prospettive della Cina sono promettenti. Allo stato attuale delle cose, il valore totale dell'investimento infrastrutturale cinese ammonta soltanto al 240 per cento del Pil, meno della metà del 551 per cento del Giappone – e con una popolazione molto più giovane. Lo stock di capitale cinese resta al di sotto dei 10 000 dollari pro capite, rispetto a più di 90 000 dollari degli Usa e più di 200 000 dollari del Giappone (stando ai prezzi del 2011).

Inoltre, circa l'1 per cento della popolazione cinese – qualcosa come 12 milioni di persone – sta migrando ogni anno verso le città. La domanda incessante di infrastrutture moderne, innovative, che sostengano le vite dei cittadini, migliorino l'efficienza energetica e riducano l'inquinamento, non può semplicemente essere ignorata – soprattutto dato il ruolo centrale dell'urbanizzazione nel trainare l'ammodernamento economico e l'incremento della produttività del Paese. Pur comportando qualche rischio intrinseco dovuto ai livelli relativamente bassi di trasparenza e alla stretta supervisione del governo, gli LGVF sono stati fondamentali nel processo di industrializzazione. Erano nati nei primi anni ‘90 per permettere a Shangai e a Guangdong di migliorare le infrastrutture in vista della loro industrializzazione. Entrambe le città avevano sofferto di una scarsa capacità tecnologica e istituzionale e di un credito interno ed estero insufficiente. Di concerto con la Banca mondiale e la China Development Bank (CDB), Shangai e Guangdong sono riuscite a creare una struttura istituzionale innovativa per agevolare il coordinamento dei diversi attori nell'elaborazione di progetti infrastrutturali specifici, ricorrendo agli strumenti legali e contabili delle società moderne. In altre parole gli LGVF sono, di fatto, uno strumento di modernizzazione locale.

Questa innovazione istituzionale ha permesso la ricostruzione di centinaia di città cinesi, collegandole ad aeroporti, autostrade, treni ad alta velocità e sistemi di telecomunicazione avanzata. Grazie a tali strutture e collegamenti, un terzo delle città cinesi ha raggiunto un Pil pro capite superiore a 10 000 dollari. Inoltre, in origine, gli LGVF non presentavano asimmetrie di scadenze perché erano finanziati dai prestiti a lungo termine della China Development Bank, con gli enti locali che usavano le quote e le tasse incassate quando l'infrastruttura era finita, per coprire i costi di sfruttamento e ripagare il debito. In questo modo, gli LGVF hanno contribuito a creare una rete che collegava i mercati locali alle catene del valore globali. Ma, come spesso accade, il successo porta all'eccesso. Il massiccio stimolo governativo all'indomani della crisi finanziaria globale, ha spinto gli enti locali a chiedere prestiti alle banche cinesi per costruire progetti infrastrutturali da sogno, con città sperdute che cercavano di emulare modelli urbani come Shangai o Shenzhen.

In un certo senso è stato uno sviluppo positivo. Dopotutto, livellare i divari infrastrutturali allarga il ventaglio di possibilità su dove andare a vivere o stabilire fabbriche e uffici, per i singoli come per le aziende. Ma il boom infrastrutturale è stato sostenuto dalla convinzione che gli enti locali avrebbero sempre avuto accesso al credito facile, alla terra a basso costo e alla domanda crescente. Quando il mercato si è contratto nel 2011, anche gli orizzonti di molti progetti si sono ristretti spingendo così gli LGVF a cercare risorse nel settore bancario ombra, cosa che ha fatto aumentare i costi del prestito e portato nuove sfide di mercato al processo di riforma.

Tuttavia, non essendo la Cina un debitore mondiale, il debito degli LGVF non comporta implicazioni sistemiche globali. Anche se il debito degli enti locali ha totalizzato 29 trilioni di yuan (4,7 trilioni di dollari) a fine 2011, gli attivi fondiari e immobilizzati valgono qualcosa come 90 trilioni di yuan, e ciò significa che se anche il loro valore venisse dimezzato, gli enti locali resterebbero comunque solvibili.

E arriviamo così alla questione del debito. Per risolverla, il Governo ha annunciato delle riforme fiscali per ripartire il gettito fra enti centrali e locali e permettere agli enti locai di emettere obbligazioni municipali a lungo termine. Le città fantasma della Cina e i debiti degli enti locali non sono i segni premonitori di una catastrofe, ma semplicemente degli ostacoli nel cammino verso un'economia sviluppata in cui gli eccessi andranno risolti dallo Stato o dal mercato. Anzi, nel lungo periodo, la capacità di far fronte a queste sfide farà della Cina un'economia molto più forte.
(Traduzione di Francesca Novajra)
© Project Syndicate, 2014
Andrew Sheng è ricercatore emerito del Fung Global Institute e membro del Consiglio consultivo sulla finanza sostenibile dell'Unep (Programma delle Nazioni Unite per l'Ambiente).
Xiao Geng è direttore della Ricerca al Fung Global Institute.

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