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Ecoreati in calo. Un caso su due non arriva al processo

di Jacopo Giliberto


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5' di lettura

Primo dato: gli ecoreati denunciati con spreco di indignazione e di condanna morale sono farlocchi ben nel 45,4% dei casi, quasi in un caso su due, casi che si sono chiusi spesso senza nemmeno chiedere scusa alle persone accusate ingiustamente o accusare di calunnia chi le ha denunciate.
Secondo dato: le denunce per reati contro l’ambiente hanno avuto un primato nel 2014 e da allora negli anni seguenti le ecodenunce sono calate di numero.
Terzo dato: la maggior parte delle contestazioni ambientali riguarda il settore dei rifiuti.
Quarto dato: di circa 4mila incendi dei boschi 3.500 hanno autori ignoti e in circa 500 casi (uno su otto) c’è un sospettato.
Sono alcuni degli aspetti più interessanti del nuovo rapporto dell’Istat intitolato «I reati contro ambiente e paesaggio: i dati delle procure. Anni 2006-2016».

Verbali e denunce
Attenzione, il rapporto dell’Istat non censisce gli ecoreati che sono stati realmente commessi ma elabora i dati solamente dei fascicoli aperti dalle procure italiane, indipendentemente dal loro esito, cioè senza badare se hanno portato alla chiusura con archiviazione (appunto quel 45,4% dei casi finiti in nulla nel 2016) o a un processo, né quale sia stato l’esito del processo con condanne o con assoluzioni.
Insomma, il censimento dell’Istat ha misurato non la propensione a commettere reati contro l’ambiente bensì la “temperatura ambientale” della normativa, che cambia negli anni, e delle procure che hanno aperto fascicoli o cui sono arrivate le denunce dei cittadini e i verbali delle forze di polizia.

Il boom del 2014
Nel corso degli ultimi anni, l’aumento delle norme a tutela dell’ambiente e la maggiore attenzione ai temi ambientali hanno trovato corrispondenza in un maggior numero di procedimenti delle procure.
I reati ambientali contestati sono passati dai 4.774 del 2007 (il Testo unico dell’ambiente è stato varato nel 2006) ai 12.953 del 2014.
Nel 2015 sono scesi a 11.044.
Nel 2016 sono scesi ancora a 10.320.
Sono più frequenti i fascicoli d’indagine aperti nel Sud e nelle Isole (47,7% dei procedimenti penali avviati nel 2016), nel Nord sono pari al 30%.

Verbali farlocchi
Sono aumentati di anno in anno i procedimenti aperti e poi archiviati perché non era stato commesso alcun reato o perché non c’erano prove o ancora perché era possibile proseguire con l’indagine o con il processo: nel caso delle accuse di violazione del Testo unico ambientale, nell’anno massimo 2014 sono arrivati fino a un’azione penale appena il 68,1% dei procedimenti, scesi al 66% nel 2015 e sono arrivati a un’azione penale appena il 54,6% dei procedimenti penali avviati nel 2016 (il 45,4% che resta sono stati chiusi e archiviati).

Le violazioni al Testo Unico Ambientale I dati delle procure raccolti dall'Istat

Indagini senza fine
La durata delle indagini nelle procure è molto variabile nel tempo ma anche nello spazio. Il problema comune è un aumento preoccupante dei tempi dei procedimenti: «Nel 2015 la durata media delle indagini è stata di 457 giorni, in aumento di quasi il 30% rispetto al 2010», rileva l’Istat.
La lunghezza del tempo di definizione dei procedimenti, cioè il tempo necessario per concludere le indagini preliminari e stabilire se archiviare o se avviare l’azione penale, è un indicatore che mostra diversi aspetti: risente della complessità normativa, dell’efficienza delle procure, della litigiosità e aggressività di chi denuncia o verbalizza reati ambientali indimostrabili o inesistenti, della possibilità di provare ciò che viene ritenuto un reato ambientale.

Le diverse procure
Come spiega l’Istat nel rapporto, «un elevato numero di procedimenti e un tempo medio breve indica che prevalgono procedimenti meno complessi le cui indagini si concludono in modo più rapido. Questo ad esempio è il caso delle Procure raggruppate nel distretto di Bari nel 2014, per quelle di Cagliari nel 2014 e 2015. L’aumento nel corso degli anni del tempo di definizione di tali procedimenti è un segnale di sofferenza del sistema nelle indagini in campo ambientale. Questo è il caso soprattutto dei distretti di Perugia (nel 2015 sono stati 846 i giorni impiegati per chiudere le indagini e iniziare l'azione penale contro i 576 del 2014) e di Salerno (710 giorni di indagini rispetto a 513)».

Molte contravvenzioni
«Nel corso degli anni — osserva l’Istat — sono state contestate soprattutto contravvenzioni nella gran parte dei procedimenti con almeno un reato contro l'ambiente (97,1% nel 2016). Le variazioni nel numero dei procedimenti sono influenzate anche da modifiche normative. Per i procedimenti con almeno una contravvenzione si è riscontrato un generale aumento fino al 2014, seguito da un calo più consistente nel 2016 per i soli procedimenti per cui è iniziata l’azione penale. Ciò a seguito della possibilità di estinguere il reato contravvenzionale in base all'art. 318bis introdotto nel T.U.A. nel 2015».
Invece i procedimenti con almeno un delitto, cioè le violazioni considerate più gravi, hanno un andamento crescente a partire dai 185 casi del 2013 fino ai 509 del 2016; tale aumento è anche dovuto all’introduzione del delitto di incenerimento di rifiuti. In modo simile si comporta l’andamento delle richieste di rinvio a giudizio: dopo la diminuzione rilevata tra il 2011 e il 2012, si ha un aumento che tocca i 301 casi nel 2016.

Imputati per rifiuti
Nel 2016, la maggior parte delle denunce riguardava la gestione dei rifiuti (8.792 procedimenti) e delle acque reflue (1.636). Sono invece 170 le imputazioni per il trasporto non autorizzato di rifiuti e 164 quelli per il traffico organizzato dei rifiuti.
Ma in questo segmento di attività aumentano in modo rilevante i verbali e le denunce che finiscono in nulla, mentre frenano i procedimenti che riescono ad arrivare a un avvio dell’azione penale: dal 2013 per violazioni nella gestione delle acque reflue; dal 2015 per la gestione dei rifiuti (che coinvolge spesso, oltre ad attività economiche, anche singoli cittadini accusati di non rispettare i regolamenti); dal 2014 per il traffico organizzato di rifiuti.
In particolare, un gran numero di accuse di traffico organizzato di rifiuti finiscono archiviate: raramente si riesce a dimostrare con prove che sia stata commessa una violazione.

In calo il traffico di rifiuti
«Il traffico organizzato di rifiuti — avverte l’Istat — è l’attività posta in essere in modo sistematico e strutturato per nascondere o eliminare, illegalmente, anche grandi quantità di rifiuti e scarti senza riguardo alla loro tossicità».
Nel 2016 si sono rilevati “solamente” 58 casi arrivati all’azione penale e quasi il doppio, 106 casi, che si sono fermati nel nulla di fatto dell’archiviazione.
L’andamento nel tempo evidenzia due picchi in corrispondenza del 2010 e del 2013 (104 e 105 casi) avvenuti soprattutto al Sud.
Aumentano invece i procedimenti per incenerimento dei rifiuti. Queste violazioni sono più numerose al Sud, in particolare in Campania, Sicilia e Calabria, ma incrementi si sono avuti anche nel Lazio e al Nord, in Piemonte e Lombardia.

Non si ferma consumo suolo: persi altri 52 chilometri quadrati

Meno abusi edilizi
In diminuzione è invece il numero complessivo delle violazioni edilizie: -55,9% tra il 2006 e il 2016. Il numero dei procedimenti per questo tipo di violazioni è più alto in Campania, nel Lazio, in Sicilia, in Puglia, in Calabria. Ancora in numero elevato gli incendi boschivi a carico di ignoti (3.579 nel 2015), mentre risultano stabili nel tempo i procedimenti contro autori noti (500 nel 2015).
Le zone più colpite dagli incendi boschivi nel corso degli ultimi anni si trovano nei dintorni di Roma, nel Sud pontino e in aree della Liguria e della Puglia.

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