Libri

Edgar Morin per la nuova antropologia del cinema

In libreria per i titpi di Raffello Cortina“Sul cinema. Un'arte complessa”

di Michele Guerra

4' di lettura

Per i più, il contributo agli studi sul cinema di Edgar Morin è riconducibile a due fondamentali volumi apparsi, uno di seguito all'altro, appena oltre la metà degli anni Cinquanta del secolo scorso: Il cinema o l'uomo immaginario (1956) e I divi (1957). Si tratta, ancora oggi, di riflessioni inaggirabili e di notevole modernità (non a caso entrambi i libri sono stati rieditati in anni recenti), che Morin articola sulla scorta degli insegnamenti di Georges Friedmann, suo maestro e pioniere degli studi sugli «ambienti tecnici», fatti di macchine che riconfigurano il pensiero e il comportamento degli individui.

Revue Internationale de Filmologie

Il cinema fa parte di quegli ambienti, ne rappresenta un esempio di estrema sofisticazione, e trattiene e sprigiona quello che Morin chiamerà lo «spirito-macchina» del Novecento, fatto al contempo di precisione e di sogno, di scienza e di magia, di tecnica e di metafisica. Tra le pagine del Morin cinematografico più noto, echeggia la lezione della Revue Internationale de Filmologie, cioè di quell'ambizioso progetto culturale promosso da Gilbert Cohen-Séat secondo cui il cinema poteva essere compreso solo riunendo attorno a uno stesso programma psicologi, linguisti, antropologi, psicanalisti, neurofisiologi, percettologi, pedagogisti, fenomenologi, storici delle arti. Il giovane Morin fu uno dei contributori della Revue, che senza dubbio incubò alcune delle sue più acute letture del fenomeno cinematografico e che lo mise in diretto contatto con la «complessità» della settima arte.

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Ma accanto a questa componente metodologicamente sicura, si avverte che lo sguardo sul cinema di Morin è prima di tutto lo sguardo di uno spettatore assiduo e attento, interessato al cinema in ogni sua forma e desideroso di viverne il rito ed il meccanismo, la parte umana e la parte tecnica – non è un caso che all'inizio degli anni Sessanta arrivi a realizzare insieme a Jean Rouch un film come Chronique d'un été, a lungo preso a modello per spiegare l'idea stessa di «cinéma-vérité».

La tanto attesa edizione italiana di questa antologia di scritti moriniani sul cinema (curata per Raffaello Cortina da Chiara Simonigh, già co-curatrice anche dell'originale edizione francese assieme a Monique Peyrière) permette non solo di avere conferma dell'articolato percorso dell'idea di cinema dell'antropologo, ma ancor più di ritrovarne lo spirito critico, che spazia dal cinema francese a quello italiano, dall'Oriente visto da Hollywood al tema della violenza in Ejzenstejn, fino ai rapporti tra cinema e teatro, cinema e letteratura e gli scritti sul cinema-verità. Insomma, accanto al ricercatore preoccupato di impostare un metodo nuovo di studio del cinema («di integrare il cinema nell'ambito della saggistica») e sviluppare quello che definisce «un approccio multidimensionale e multiforme», rivive il Morin spettatore, a tratti più disinvolto e gioioso nella scrittura, abile a muoversi tra registri e categorie diverse, quasi fosse tornato poco più che ventenne, quando su «Action», nel novembre 1944, recensiva Ho sposato una strega di René Clair scrivendo che del cinema commerciale c'è sempre bisogno, bisogno di «un compagno burlone e bonaccione che ci viene incontro da lontano.»

Dai primi anni Cinquanta ai primi anni Sessanta

Come osserva Monique Peyrière nella nota editoriale, la ricerca degli scritti sul cinema che Morin ha disseminato negli anni in varie sedi, o che ha conservato inediti tra le sue carte, ha assunto una trama poliziesca che ha condotto le curatrici in giro per vari istituti, biblioteche e centri di ricerca francesi, in alcuni casi indicati dallo stesso Morin, in altri inseguiti senza il suo aiuto. L'arco temporale di questi scritti copre un periodo di tempo di circa un decennio, dai primi anni Cinquanta ai primi anni Sessanta del Novecento e le sedi che vedono più insistente e organizzata la presenza di Morin sono la Revue Internationale de Filmologie, dove si esprimono soprattutto le sue ricerche sul campo e quelle più di metodo, e la rivista La Nef (acronimo di Nouvelle équipe française, fondata nel 1943 da Raymond Aron e Lucie Faure), dove compaiono gli articoli più legati a film, autori e cinematografie. La sorpresa maggiore, tuttavia, è arrivata dal Centre Edgar Morin, dove dentro un voluminoso contenitore a lungo ignorato sono stati rinvenuti testi inediti di varia natura: sul cinema, ma anche sul teatro, sulla letteratura e sui media. Alcuni di questi scritti sono stati riconosciuti dallo stesso Morin addirittura come bozze del secondo e mai realizzato tomo de Il cinema o l'uomo immaginario, mentre altri sono ora al centro di nuovi studi che conducano ad un'apposita edizione critica. Sul cinema presenta due di questi inediti: il primo dedicato alla condizione del cinema francese nel 1962, analisi storica delle fasi di crisi e rinascita della cinematografia d'oltralpe, con un'attenzione particolare alla Nouvelle Vague, al cinema-verità e al cinema di montaggio, senza trascurare i dati socio-economici da sempre cari al metodo cinematografico di Morin. L'altro inedito, intitolato Come vivi?, è composto dei «documenti grezzi», come li definiscono gli autori, relativi al film Chronique d'un été (il cui titolo provvisorio era, appunto, Comment vis-tu? Un essai d'ethnologie parisienne) e rappresentano una preziosa occasione di osservare dall'interno il farsi di questo complesso dispositivo filmico.Se ne esce con la convinzione sempre più profonda che i film siano veramente «cristallizzazioni complesse di realtà sociale e di immaginario sociale» e pertanto macchine dentro le quali cerchiamo ripetutamente il contatto con il reale manifestando il bisogno di evaderne. La nuova antropologia del cinema, ovunque intenda dirigersi, ha senz'altro ancora bisogno di Edgar Morin.

Edgar Morin, Sul cinema. Un'arte complessa, Raffello Cortina, Milano, 2021269 pp., 23 Euro


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