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Edilizia popolare, tetto reddituale +40% solo se già assegnatari

Ricorso al Tar Lazio di una donna che aveva presentato istanza per essere riassegnataria dell'immobile in cui aveva vissuto con il marito e il figlio

di Davide Madeddu

(IMAGOECONOMICA)

2' di lettura

Il superamento del limite reddituale è motivo ostativo per l'accesso all'assistenza dell'edilizia residenziale popolare. È quanto emerge da una sentenza pronunciata dal Tar del Lazio, la numero 8207/2022 in merito al ricorso di una donna che aveva presentato istanza per essere riassegnataria dell'immobile in cui aveva vissuto, prima con il marito e il figlio. E dove era rientrata successivamente alla morte del coniuge.

La domanda

Tutto nasce quando la donna presenta domanda per «assegnazione in regolarizzazione» dell'appartamento. Dall'ufficio arriva il diniego con la diffida a lasciare l'alloggio adducendo come motivazione il fatto che il reddito della donna fosse superiore a quello previsto dalla norma. Nel ricorso si evidenzia il fatto che «l'alloggio in questione risultava assegnato, sin dal 1962, al marito della ricorrente con cui quest'ultima avrebbe convissuto fino ad una certa data, salvo poi rientrare nella disponibilità dell'alloggio, in epoca successiva al decesso del coniuge (1993) e, precisamente, a decorrere nel 2001 (così ricongiungendosi con il figlio il quale, medio tempore, avrebbe continuato a dimorare presso l'abitazione del defunto padre)».

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La richiesta

Secondo la ricorrente l'amministrazione comunale avrebbe dovuto «incrementare il tetto dei 18mila euro del 40%». Per i giudici, che giudicano il ricorso infondato, è «priva di pregio la censura articolata sul presupposto secondo cui la ricorrente, avendo, per un certo periodo di tempo, dimorato unitamente al legittimo assegnatario, non avrebbe potuto essere considerata quale occupante sine titolo dell'abitazione, quanto piuttosto quale soggetto avente titolo al subentro nella relativa assegnazione». A questo proposito sottolineano che «è stata la stessa ricorrente a qualificare la propria richiesta quale regolarizzazione dell'occupazione sine titolo dell'alloggio in parola con ciò assoggettandosi alla verifica, da parte della Pa, circa la sussistenza di tutte condizioni soggettive e oggettive previste dalla disposizione in esame per la concessione del beneficio in parola».

Il limite

Poi il passaggio sulla questione reddituale in cui si evidenzia il limite dei 18mila euro per accedere all'edilizia abitativa. «Tale limite, al momento della presentazione della domanda di regolarizzazione, è stato pacificamente superato dalla ricorrente, la quale ne ha dichiarati oltre 24mila, con conseguente legittimità del contestato diniego - scrivono i magistrati -. Né è possibile sostenere, per come da quest'ultima preteso, che siffatto limite reddituale avrebbe dovuto essere aumentato del 40 per cento. Ciò nella misura in cui l'incremento in esame è sì previsto dalla seconda parte della disposizione di cui al comma 2 bis del citato art. 50, ma avuto espresso ed esclusivo riguardo alla diversa fattispecie normativa, disciplinata dall'art. 13 L.R. n. 12/1999, relativa alla “decadenza dall’assegnazione degli alloggi”, la quale, per l'appunto, presuppone una legittima assegnazione dell'immobile in capo all'interessato, nella specie inesistente».

L’esito

Ricorso infondato, spese compensate. I magistrati sottolineano che «Nulla esclude, per come già segnalato in sede di decisione dell'istanza cautelare, che la ricorrente possa presentare, in futuro, un'istanza finalizzata al subentro nell'assegnazione del defunto marito, la quale potrà essere assentita soltanto qualora l'amministrazione dovesse riscontrare la sussistenza di tutti i presupposti all'uopo previsti dalla diversa fattispecie normativa.


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