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Edoardo Freddi: «Così aiuto le cantine italiane a conquistare i mercati»

La strategia per valorizzare in tutto il mondo un portafoglio di 39 cantine

di Luisanna Benfatto

2' di lettura

«Con il Coronavirus è venuta meno la socialità ma non la voglia di bere buon vino di qualità italiano». A dirlo è Edoardo Freddi, 32 anni, a capo dell’azienda omonima di export management del settore vinicolo attiva dal 2012 a Castiglione delle Stiviere. Freddi ha portato a casa nel 2020 un buon risultato nonostante la batosta nel settore horeca (bar e ristoranti): un fatturato gestito di oltre 55 milioni di euro e 28 milioni di bottiglie commercializzate. Nel portfolio ci sono 37 cantine (San Leonardo, i Marchesi di Barolo e il Gruppo Codice Citra, la più importante realtà vitivinicola d’Abruzzo) e 2mila clienti esteri tra importatori e distributori in 95 paesi. La squadra, composta da 28 figure tra commerciali e amministrative, è sparsa tra Europa, Asia, Stati Uniti e proprio a San Francisco inaugurerà a giorni la prima sede americana.

Cosa fa esattamente la Freddi International?
Ci occupiamo di export del vino nei canali horeca, Gdo e online. Lavoriamo con cantine di tutte le dimensioni (anche se quelle più grandi e strutturate hanno i loro export manager) e le aiutiamo a crescere, a innovare con estensioni di prodotto o nuovo packaging, ad aprirsi a mercati consolidati - come l’Italia o gli States - o di nicchia. Il Marocco, ad esempio, assorbe la stessa quantità di vino dell’etichetta San Leonardo dei più tradizionali Paesi Bassi.

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Edoardo Freddi

Come si fa a promuovere il vino con le frontiere chiuse e i grandi eventi annullati?
Il 2020 è stato un anno difficile: prima passavo 300 giorni all’anno all’estero tra fiere e clienti, ora sono a 18 call al giorno. Siamo riusciti a vendere il vino, soprattutto rosso e con un buon marchio, in catene premium di Danimarca e Svizzera e a penetrare con i vini abruzzesi nel mercato asiatico e russo. A soffrire di più sono stati i rosati, quelli di prezzo intermedio e le piazze di Stati Uniti e Giappone, a causa della crisi dei ristoranti. Nel canale on-trade abbiamo perso il 20% del business, parzialmente compensato dal cambio di strategia verso le vendite online.

Ci sono però Paesi dove la domanda è sempre stata forte, come Vietnam e Corea: lì sono richiesti moscato e vini pugliesi. La Cina ha sempre un alto potenziale di crescita. Qui abbiamo assecondato le istanze più bizzarre: il Moscato d’Asti aromatizzato al litchi, oppure le casse di legno d’oro con bottiglie personalizzate.

Vi definite le antenne del mercato globale. Quali le tendenze future?
Intanto vediamo i primi segnali di ripresa e ci siamo posti l’obiettivo di crescere del 15-20%. Il mercato ci chiede nuove tipologie: vini “sinceri” con un’ottima qualità-prezzo percepita (come ad esempio il Primitivo) e i senza alcol. Sul fronte dei formati invece, con una startup veronese, stiamo lanciando il vino in lattina nell’Est Europa. I consumatori ucraini e polacchi saranno i primi a trovarlo sugli scaffali dei supermercati.

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