Dibattito

Educatore museale, una professione non riconosciuta

Mascheroni chiede la tutela occupazionale e denuncia il suo mancato riconoscimento istituzionale e lo sfruttamento privato. Al via l’Associazione italiana educatori museali e il progetto europeo Charter per mappare le professioni nella Ue

di Giuditta Giardini

6' di lettura

La pandemia ha permesso di vedere a occhio nudo le difficoltà vissute da musei e istituti scolastici italiani. Eppure, come si legge sulla pagina web di ICOM-Italia, le sfide poste dal mutato contesto hanno evidenziato una forte capacità di resilienza e nuove modalità di dialogo tra cultura ed educazione, a volte più strutturate, a volte più improvvisate. I servizi educativi dei musei sono tra gli ambiti che hanno dovuto impegnarsi in questo dialogo. Eppure, nonostante gli sforzi di predisporre, in tempi record, il materiale digitale per consentire sia la fruizione online delle collezioni, sia attività a distanza, nel 2021 l'educatore museale è forse la figura meno considerata tra quelle gravitanti attorno al pianeta museo.
L'educazione al patrimonio in Italia è ancora un ambito giovane, anche se tra le finalità del museo da sempre è dichiarata quella educativa. Con la Legge 14 gennaio 1993, n. 4, detta Legge Ronchey, l'assistenza didattica nei musei dello Stato (il 10% dei musei nazionali) viene equiparata a servizi di accoglienza, bookshop e pulizie.
Un dato storico rilevante è l'istituzione della “Commissione per la didattica del museo e del territorio”, istituita dal MiBAC, operante tra il 1995 e il 1998, che ha acquisito e diffuso la “Recommandation n. 5 relative à la Pedagogie du Patrimonie”, predisposta e approvata dal Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa (17 marzo 1998), documento strategico per spostare il focus dal concetto di didattica alla più articolata e complessa «educazione al patrimonio».

La Lombardia virtuosa

Nel 2001 l'Atto di indirizzo del Ministero è stato ripreso, tra le altre, da Regione Lombardia, che ha avviato un procedimento di politica culturale virtuosa, ponendo i servizi educativi come conditio per il riconoscimento e l'accreditamento dei musei della Regione. I servizi educativi possono essere anche gestiti a sistema, nel caso di realtà piccole, rispondendo alla caratteristica tutta italiana del ‘museo diffuso'. Nel 2005, viene approvata la “Carta nazionale delle professioni museali ICOM Italia” (2005-2006), secondo la quale l'educatore: «realizza gli interventi educativi programmati dal museo adeguandoli alle caratteristiche e alle esigenze dei diversi destinatari. In particolare, conduce attività e percorsi e predispone laboratori in relazione alle collezioni permanenti e alle esposizioni temporanee; partecipa a gruppi di ricerca per la realizzazione di attività educative, collabora alla progettazione delle iniziative educative e di progetti innovativi...; concorre allo sviluppo dei servizi educativi...; alla definizione di modalità e alla predisposizione di strumenti per la documentazione; l'accertamento del gradimento, la verifica e la valutazione delle attività educative realizzate».

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La formazione

I requisiti per svolgere questa professione sono alti, sono richiesti: una laurea triennale in discipline attinenti al museo; corsi di formazione e master relativi all'educazione al patrimonio culturale; nonché la conoscenza almeno della lingua inglese. Questa figura è condivisibile da più musei in gestione associata. Da rilevare che, ad oggi, sono numericamente limitate le amministrazioni virtuose che hanno assunto la Carta ICOM, declinato i requisiti di accesso e le modalità esplicative del servizio.

Silvia Mascheroni

L’intervista denuncia

Attivissimo sul fronte della tutela e del riconoscimento giuridico di questa professionalità è ICOM Italia che nell'ottobre 2020 ha attivato un gruppo di lavoro dedicato a “Educazione al patrimonio culturale. Musei-scuole-territorio e professionalità” coordinato da Silvia Mascheroni, docente presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e la Scuola di Specializzazione in Beni storico-artistici di Pisa. In questa intervista ad ArtEconomy24 la professoressa Mascheroni delinea le prospettive presenti e future di questo professionista.

Perché ritiene che la Legge Ronchey sia “il peccato originale”?
La Legge Ronchey ha in qualche modo legittimato anche gli Enti locali ad affidare i servizi educativi a soggetti terzi, ad esempio, società e associazioni che gestiscono “chiavi-in-mano” non solo i servizi educativi, ma anche quelli di accoglienza e guardiania. Tra questi servizi, c'è quella che viene definita – anacronisticamente – la “didattica”. L'educazione al patrimonio deve essere assunta e progettata dalla direzione del museo, in quanto finalità istituzionale e strategica. Per l'esternalizzazione, inoltre, dovrebbero essere indetti bandi di gara ad hoc, che puntino alla qualità delle proposte e alla competenza del personale, non all'interesse economico al ribasso.

Cosa è cambiato oggi?
In questi anni, nell'ambito dell'educazione museale l'impegno è stato ed è costante e notevole, con la messa a punto di progetti innovativi, anche per consentire la partecipazione a quei pubblici che a lungo non hanno avuto diritto di accesso alla cultura, in quanto privi di specifiche condizioni e di strumenti necessari. I servizi educativi sono diventati una realtà sempre più importante, ma solo nella pratica: a questo dato di realtà non è corrisposto il riconoscimento giuridico di chi vi opera, né la tutela occupazionale. Negli ultimi dieci anni la relazione cittadino-museo è mutata; sono cambiati i pubblici; ad esempio, l'accesso alla cultura in chiave interculturale risponde alle esigenze di nuovi pubblici provenienti da diverse culture, oppure sono pubblici portatori di altre abilità; si lavora nelle carceri, nelle periferie e in luoghi diversi, lontani dalla cultura. E, con grande rilevanza in questo ultimo anno mezzo, l'avvento del digitale pone questioni cruciali per la relazione educativa.

Quali sono i problemi?
Esiste una grande cesura tra chi ricerca e opera nell'ambito dell'educazione al patrimonio culturale e chi, a livello apicale, dovrebbe riconoscere questa professionalità. Gli stessi direttori di molti musei non hanno la consapevolezza del lavoro svolto da chi si occupa di educazione al patrimonio. Dall'indagine Istat del 2018, risulta che il 40% dei musei italiani non ha una direzione scientifica. Il mancato riconoscimento istituzionale della professione comporta una fragilità endemica dell'educatore museale italiano; oggi, ancora di più, la situazione per molti professionisti in tale ambito è invivibile. Infatti, nel 2020, la pandemia ha reso evidente il passaggio da un precariato costante a una disoccupazione definitiva. Un altro elemento di criticità è l'operare del network di importanti società che hanno il monopolio del mercato (italiano) holding che forniscono ai musei pacchetti “chiavi in mano” per diversi servizi, sia per mostre che per attività istituzionali. Gestiscono visite guidate, laboratori didattici e non riconoscono adeguatamente le competenze professionali esperte di chi opera nell'educazione e nella mediazione, che mediamente hanno una formazione di alto livello: laurea, specializzazione o master specifico. Questi professionisti sono retribuiti circa 10 euro all'ora; tali società sbaragliano la concorrenza di soggetti più “piccoli”, che non riescono a competere da un punto di vista economico. Per fare un esempio, nei termini del contratto tra un educatore museale e una di queste società è prevista la firma di un modulo di richiesta per le visite guidate (prassi inusuale); inoltre nell'intestazione del cedolino l'attività di educazione è ricondotta a “CCNL Multiservizi pulizie”. La tariffa per le visite guidate è di 12,50 € lordi all'ora, il lavoro intellettuale e di progettazione è scarsamente riconosciuto.

Il riconoscimento giuridico della figura è il passo successivo?
Se il museo vuole esprimersi quale attore sociale, sì. ICOM Italia, l'Associazione nazionale dei professionisti museali, ancor di più in questo anno e mezzo di pandemia, sta portando avanti tale battaglia. Molti professionisti hanno assunto maggiore consapevolezza del loro ruolo nel panorama educativo-museale. Purtroppo, molti giovani esperti, con laurea magistrale e master, sono stati costretti, per ragioni di sopravvivenza, a rinunciare a collaborazioni saltuarie, caratterizzate da precarietà.

MUSEI CHE HANNO RIPORTATO ALMENO UN LICENZIAMENTO NEI SERVIZI INDICATI
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La consulenza potrebbe essere la nuova frontiera per questi giovani professionisti?
Un pull di competenze assemblate consente di partecipare a bandi europei e a bandi emessi da fondazioni bancarie. Inoltre, ci sono alcune realtà interessanti che si stanno affermando in Italia: il Sistema Museale Nazionale ha istituito una Commissione che ha definito i “Livelli Minimi di Qualità”, che corrispondono ai nuovi standard per le figure professionali del museo; tra queste, si fa riferimento anche al responsabile dei servizi educativi interno. È strategico perché il Sistema Museale Nazionale non si rivolge soltanto ai musei dello Stato, ma a tutti i musei del territorio. L'altra novità interessante è l'istituzione, nell'ottobre 2020 del Gruppo di lavoro ICOM Italia per la messa in ascolto delle necessità di istituti scolastici e servizi educativi museali, che si dedica anche ai temi-problemi dell'educatore museale. Inoltre, si è da poco (maggio) costituita l'Associazione Italiana Educatori Museali (AIEM) che dialoga con gli istituti culturali italiani; questa Associazione è composta da giovani che lavorano sulla definizione del profilo di competenza, anche al fine del riconoscimento interno della figura e della tutela occupazionale di questa categoria. Un altro progetto meritevole di menzione è Cultural Heritage Actions to Refine Training, Education and Roles (CHARTER), finanziato da Erasmus+ e attivo dal gennaio 2021, che ha tra i suoi obiettivi l'analisi del settore e la mappatura delle professioni, nonché la comparazione dei profili.

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