Interventi

Effetti globali dal Green deal europeo

di Simone Tagliapietra


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Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, durante la conferenza stampa riguardante la “Green New Deal” per combattere i cambiamenti climatici. (Foto di Aris Oikonomou / AFP)

3' di lettura

«Per l’Europa, questo è il momento dell’Uomo sulla luna». Con queste parole Ursula von der Leyen ha presentato, undici giorni dopo l’insediamento della sua Commissione, il suo piano per un Green deal europeo finalizzato a fare dell’Europa il primo continente climaticamente neutrale entro il 2050.

Il Green deal europeo si pone il duplice obiettivo di «riconciliare l’economia con il pianeta» e di rappresentare la «nuova strategia di crescita» per l’Europa. Il piano comprende 50 diverse azioni, che spaziano dal mercato del carbonio agli investimenti green, dall’agricoltura sostenibile all’economia circolare, dalla mobilità sostenibile alla politica industriale.

Tra le misure previste dal piano della von der Leyen spiccano il Piano di investimenti per un’Europa sostenibile - volto a promuovere gli investimenti green, sia pubblici che privati - e il Meccanismo per una transizione giusta, finalizzato a sostenere chi perderà il lavoro a causa della transizione energetica, a cominciare dalle regioni carbonifere.

La visione del Green deal europeo si può dunque riassumere nel seguente modo: promuovere la totale decarbonizzazione dell’Europa, accompagnando la trasformazione economica e industriale che tale processo necessariamente implica, altresì garantendo l’inclusività sociale dell’intero processo.

Se avrà successo, il Green deal europeo potrà avere considerevoli ripercussioni sull’economia globale. Ad esempio, imporre il rispetto di rigidi standard ambientali come condizione per l’accesso al mercato europeo (con 500 milioni di persone, il più grande al mondo) potrebbe spingere i Paesi che esportano i loro prodotti verso l’Europa - a cominciare dalla Cina - ad adattarsi a tali standard, rendendo più puliti i propri processi produttivi. Per non parlare, poi, della possibilità di introdurre una tariffa sui prodotti che entrano nel mercato europeo in base alla loro carbon footprint (la cosiddetta carbon border tax), o la possibilità di introdurre clausole ambientali sempre più rigide negli accordi commerciali siglati dall’Europa con il resto del mondo.

Il Green deal europeo potrà, inoltre, eventualmente ispirare iniziative analoghe nel mondo, divenendo esempio di come perseguire la neutralità climatica sia non solo tecnicamente fattibile, ma anche economicamente e politicamente possibile.

Per essere chiari, quello del Green deal europeo non sarà affatto un percorso facile. Si pensi solo a come, proprio nel giorno seguente la presentazione del piano da parte della von der Leyen, i Paesi europei non siano riusciti, per la seconda volta, a ottenere il sostegno unanime all’obiettivo della neutralità climatica al 2050. Anche stavolta, a mettersi di traverso è stata la Polonia, in un tentativo di alzare la posta in gioco e ottenere maggiori fondi per sostenere la transizione delle sue regioni carbonifere. Si ritenterà il compromesso, per la terza volta, al Consiglio europeo del prossimo giugno.

Perseguire la neutralità climatica al 2050 comporta una vera e propria rivoluzione dei nostri sistemi energetici, abitativi, industriali e di trasporto. Come in ogni rivoluzione, è chiaro che vi saranno vincitori e vinti. Il Green deal europeo ha la responsabilità di fornire un chiaro orientamento ai cittadini e alle imprese sulla direzione del processo di decarbonizzazione, mettendo in atto tutti i meccanismi necessari a garantire che i segmenti più vulnerabili della società siano sostenuti in questo percorso e non lasciati indietro.

Per rendere il Green deal europeo politicamente sostenibile nel tempo, è tuttavia necessario essere onesti e trasparenti sulla sua natura. La tentazione di promuovere questa iniziativa come una nuova strategia di crescita per l’Europa è politicamente comprensibile, ma economicamente alquanto opinabile.

In buona sostanza, il Green deal non va considerato come un potente bazooka economico, ma piuttosto come un efficiente meccanismo di riallocazione, volto a re-indirizzare flussi di investimenti da asset tradizionali ad asset green, e a facilitare la necessaria riconversione dei posti di lavoro interessati da questo re-indirizzamento. Ad esempio, ciò significa promuovere il passaggio dal carbone alle energie rinnovabili, assicurando ai minatori o agli addetti alle centrali a carbone di essere formati e inseriti in nuove realtà lavorative.

Il filosofo Timothy Morton ha descritto il cambiamento climatico come un «iperoggetto», un fenomeno così massicciamente distribuito nel tempo e nello spazio da sconvolgere tutto ciò con cui entra in contatto. Per essere efficace, il Green deal europeo dovrà essere altrettanto onnipresente, dentro e fuori il continente europeo.

Per tornare alla metafora usata da Ursula von der Leyen, potremmo argomentare che più che «il momento dell’Uomo sulla luna» quello presente è, per l’Europa, il momento d’inizio della costruzione della nostra Apollo 11. Una navicella che, tuttavia, non si indirizza alla luna che ammiriamo dalla Terra, ma alla Terra. Quella Terra che solo dallo Spazio si rivela nella sua vera natura di grande, ma fragile, miracolo cosmico. Un miracolo che a noi spetta ora preservare.

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