le risorse delle imprese

Effetto Ace e segnali di ripresa: le Pmi rafforzano il patrimonio

di Chiara Bussi

(Michele Tantussi / AGF)

4' di lettura

Bassa patrimonializzazione e scarsa propensione alla crescita. È un vizio storico del nostro Paese che lentamente, anno dopo anno, le imprese si stanno scrollando di dosso. Lo dimostra un’analisi effettuata da K Finance, partner equity markets di Borsa Italiana. La società di consulenza ha seguito l’evoluzione del patrimonio netto su un campione di oltre 31mila imprese, censite dalla banca dati Bureau Van Dijk, con un fatturato oltre i 5 milioni di euro sulla base dei bilanci 2013, 2014 e 2015 (gli ultimi disponibili).

L’esame ai raggi X rivela un saldo positivo di 18,5 miliardi nel 2015 che, sommato ai due anni precedenti, porta a una maggiore patrimonializzazione pari a 56,5 miliardi. Un livello ancora lontano dai 200 miliardi quantificati dalla Banca d’Italia per colmare il divario con gli altri concorrenti europei, «ma è il segnale che la strada imboccata nel 2013 si rafforza di anno in anno», fa notare l’amministratore delegato di K Finance, Filippo Guicciardi. Se poi negli anni precedenti l’aumento del patrimonio era un lusso che potevano concedersi soprattutto le grandi imprese, ora anche quelle più piccole sembrano averne compreso l’importanza.

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I SETTORI

La variazione dei settori in miliardi di euro e la variazione del patrimonio netto in %. (Fonte: K finance su dati Aida Bureau Van Dijk)

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A fare da stimolo, spiegano gli addetti ai lavori, sono stati gli incentivi fiscali come l’Ace (si veda l’articolo sotto) e i segnali di ripresa dell’economia, che hanno consentito di risalire la china. Non solo: dopo due anni di diminuzione dovuta al credit crunch l’indebitamento complessivo del campione è aumentato di 390 milioni. Secondo Guicciardi, «l’incremento, spinto dalle politiche espansive della Bce, mostra una volontà di riprendere a investire, in particolare nella fascia delle medie imprese, più attive nell’export».

Nel 2015 il miglioramento dell’equity ha riguardato circa 23mila imprese (il 73% del campione) e la tendenza ha interessato 14 settori sui 17 esaminati. A segnare il balzo più significativo (15,8%) è il comparto sanità, grazie soprattutto al farmaceutico, molto dinamico sul fronte delle M&A. Segno positivo anche per l’alimentare e la chimica, sulla spinta della crescita delle esportazioni e della ripresa del mercato interno. Hanno registrato una diminuzione del patrimonio netto solo tlc, petrolio/gas naturale e automotive. Quest’ultimo aveva guidato la classifica del 2014 sulla spinta dell’impatto positivo sul patrimonio netto di Fca derivante dalla vendita intercompany della partecipazione Fiat North America.

La variazione dell’equity è stata significativa per le imprese più piccole, che hanno segnato un aumento di 1 miliardo, il doppio rispetto all’anno precedente, mentre è rimasta stabile per le altre classi dimensionali.

La principale modalità scelta è il reinvestimento degli utili, spesso combinata ad aumenti di capitale per rendersi più “liquidi” in vista di operazioni di fusioni e acquisizioni, di una quotazione o di un percorso di crescita attraverso il progetto Elite di Borsa Italiana. Alcune imprese hanno invece imboccato la strada del private equity o hanno optato per il private debt.

«Dalle difficoltà di accesso al credito di qualche anno fa - spiega Barbara Lunghi, responsabile Primary markets di Borsa Italiana - le aziende italiane hanno imparato molto. Oggi sempre più Pmi guardano al mercato come un’opportunità importante per strutturarsi e crescere». Nel 2015, infatti, è stato registrato il record di ammissioni dal 2007 con 27 Ipo, che hanno raccolto 5,46 miliardi di euro, di cui 1,11 con aumenti di capitale. «Ci auguriamo - prosegue Lunghi - che questo trend venga ulteriormente stimolato dalle iniziative messe in campo dal governo tra cui i Pir (Piani individuali di risparmio) che stanno generando liquidità e irrobustendo la performance dei titoli. Come Borsa Italiana stiamo lavorando affinché i principali attori del sistema abbiano al centro del proprio indirizzo strategico le Pmi e l’accesso al mercato dei capitali quale motore di crescita».

L’analisi, le fa eco Marta Testi, responsabile di Elite in Europa, «dimostra che la patrimonializzazione delle aziende italiane sta confermando il trend già avviato negli scorsi anni e questo è vero soprattutto per le Pmi. Elite rappresenta un termometro interessante del loro dinamismo: nel 2015 sono state completate dalle sole aziende italiane partecipanti 49 operazioni di finanza straordinaria per un valore aggregato di oltre 660 milioni di euro».

E anno dopo anno guadagnano terreno anche il segmento expansion del private equity e il private debt. «Sono entrambi strumenti significativi per il rafforzamento aziendale - afferma il direttore generale dell’Aifi, Anna Gervasoni -. Nel primo caso si tratta di investitori che entrano nelle società con l’ottica di rafforzarle affinché possano competere anche a livello internazionale nel proprio settore di riferimento. Negli ultimi quattro anni sono state 361 le operazioni di expansion e hanno veicolato circa 3,5 miliardi di capitali per lo sviluppo aziendale».

Nel private debt i numeri sono ancora piccoli perché si tratta di un’attività più recente: nel 2016 sono stati investiti 378 milioni, l’87% in più rispetto al 2015. «Sono convinta - aggiunge Gervasoni - che il segmento potrà fare molto nella finanza per la crescita».

Che cosa dobbiamo attenderci per i prossimi anni? «Il quadro - conclude Guicciardi - è contrastato: la riduzione dell’Ires al 24% e l’introduzione dei Pir dovrebbero dare un ulteriore impulso alla crescita patrimoniale delle imprese. La stretta dell’Ace allo studio rischia però di porre un freno alla tendenza in atto».

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