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Effetto coronavirus: carcere più lungo per chi attende il giudizio

Sono più di 9mila i detenuti in custodia cautelare che resteranno più tempo in cella per la sospensione delle udienze e che non andranno ai domiciliari con lo «svuota carceri»

di Valentina Maglione e Bianca Lucia Mazzei


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5' di lettura

Si allungano i tempi della custodia cautelare per tutti coloro che attendono il primo giudizio, in carcere o agli arresti domiciliari. L’estensione è ancor più pesante per le 9.233 persone che stanno scontando in cella la detenzione cautelare e alle quali non si applicano nemmeno le nuove norme “svuota carceri”, introdotte per ridurre il sovraffollamento ma indirizzate solo a chi è già stato condannato e ha pene residue fino a 18 mesi.

Sono gli effetti delle misure introdotte dal Governo con il decreto legge “cura Italia” (18/2020) che, per contenere il contagio da coronavirus, ha sospeso fino al 15 aprile le udienze e i termini di durata massima della carcerazione preventiva.

In cella, in attesa del primo giudizio, c’è quasi un sesto della popolazione carceraria e cioè 9.233 detenuti su 58.592 (la capienza regolamentare a fine febbraio era di 50.931). Molti, anche se i numeri sono in calo grazie all’intervento della magistratura di sorveglianza che, visto l’alto rischio di diffusione del contagio nelle carceri sovraffollate, sta cercando di ridurre le presenze in cella. A fine febbraio le persone in carcerazione preventiva erano infatti 9.920, mentre i detenuti complessivi erano 61.230.

Niente «svuotacarceri»
A chi è detenuto in carcere in custodia cautelare non si applica la norma “svuota carceri” introdotta sempre dal decreto “cura Italia” per ridurre le presenze in cella: una forma speciale di detenzione domiciliare utilizzabile fino al 30 giugno che ricalca la “normale” detenzione domiciliare prevista dalla legge 199/2010.

Entrambi gli strumenti permettono infatti di passare a casa le pene (anche residue) sotto i 18 mesi: valgono quindi solo per chi è già stato condannato e non per chi è in attesa del primo giudizio.

Il Dl 18 introduce però una procedura semplificata, ma anche motivi ostativi nuovi, fra cui l’obbligo di braccialetto elettronico per chi deve scontare più di sei mesi.

Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, rispondendo a un question time alla Camera, ha detto che saranno al massimo 6mila i detenuti che potranno uscire grazie alla nuova forma di detenzione domiciliare introdotta dal Dl “cura Italia”. Il numero effettivo dipenderà però «da diversi requisiti variabili (come per esempio il domicilio idoneo» che dovranno essere accertati dalla magistratura». Il ministro ha anche affrontato il nodo della cronica carenza dei braccialetti elettronici: ha ribadito quanto già spiegato nella relazione tecnica al decreto e cioé che i dispositivi disponibili fino al 15 maggio sono 2.600, «da installare in via progressiva settimanalmente», ha aggiunto.

I braccialetti non sarebbero quindi tutti utilizzabili subito. il Dl 18 prevede che il programma venga essere messo a punto entro venerdì 27 marzo.

La sospensione
Il decreto legge “cura Italia” (18/2020) ha sospeso dal 9 marzo al 15 aprile i termini della carcerazione preventiva e il corso della prescrizione, allungandole, quindi, fino a un tetto massimo di 38 giorni. Nello stesso periodo è prevista la sospensione delle udienze. Dallo stop sono sempre esclusi i procedimenti di convalida dell’arresto e del fermo, mentre quelli a carico di persone detenute o in cui sono applicate misure cautelari possono proseguire solo se lo chiedono espressamente gli imputati o i loro difensori.

L’emergenza non finirà il 15 aprile. Il decreto “cura Italia” ha infatti previsto che, dal 16 aprile al 30 giugno, i capi degli uffici giudiziari, sentiti l’autorità sanitaria regionale e il Consiglio dell’ordine degli avvocati, dovranno adottare le misure organizzative necessarie per evitare assembramenti, incluso, se necessario, il rinvio delle udienze penali a dopo il 30 giugno, sempre escluse le convalide di arresto e i procedimenti con detenuti, se lo richiedono gli imputati o i difensori; anche qui, in caso di rinvio, i termini della custodia cautelare e il corso della prescrizione restano sospesi.

La custodia cautelare si allungherà, quindi, di sicuro per chi non chiederà la trattazione del proprio procedimento. Ma è possibile che la durata della privazione della libertà personale prima della condanna aumenti anche per chi presenterà l’istanza; infatti, la complessità del procedimento, le difficoltà logistiche o l’impossibilità di garantire la sicurezza sanitaria potrebbero impedire nei fatti, di tenere l’udienza. Le prime indicazioni operative fornite dall’ufficio del massimario della Cassazione venno nella direzione della non applicabilità della sospensione dei termini nel caso in cui i detenuti o i difensori chiedano di procedere.

L’applicazione concreta
I tribunali si stanno organizzando per la trattazione “da remoto”. «A Milano - afferma il presidente del Tribunale, Roberto Bichi - teniamo già in videoconferenza i procedimenti che per legge non sono sospesi, vale a dire le convalide di arresto e di fermo e i processi per direttissima. Per farlo sono state allestite sale per videoconferenza a San Vittore e nelle questure, di modo da non spostare i detenuti e gli arrestati. Il sistema funziona molto bene».

Si tratta, nei fatti, di “collegare” il magistrato, l’arrestato e il suo difensore. Altra cosa, però, sono le udienze nei procedimenti ordinari, che possono coinvolgere anche decine di coimputati e testimoni, e dove la trattazione prosegue solo su richiesta: riunire tutti in un’aula in tribunale potrebbe essere impossibile, visto l’obbligo di evitare gli assembramenti; e anche organizzare videoconferenze potrebbe essere troppo difficoltoso. Questioni pratiche, certo, che però potrebbero far slittare in avanti la data dell’udienza e, quindi, ridurre le garanzie di persone private della libertà personale ma non ancora condannate.

Non ci sono solo i problemi organizzativi. «A una prima lettura la norma sembra chiara - dice Eugenio Albamonte, sostituto procuratore al tribunale di Roma, ex presidente dell’Anm e segretario di Area - ma l’applicazione pratica è complicata e l’interpretazione spetterà ai giudici. Ad esempio: se in un processo con più imputati, uno solo presenta la domanda, il giudice che farà? Dovrà valutare se la posizione è stralciabile ma se non lo è potrà decidere di fare il processo anche per chi non lo chiede oppure bloccarlo anche per chi ne ha fatto istanza». «Ma soprattutto - continua Albamonte - se, nonostante la richiesta di trattazione d’urgenza, il processo non viene svolto ci sono due strade possibili: il giudice potrebbe infatti non conteggiare la sospensione se, nell’interpretare la norma, privilegia (seguendo le indicazioni della Cassazione) le garanzie del detenuto ma, all’opposto, potrebbe anche far scattare l’allungamento se, invece, fa prevalere lo spirito emergenziale della disciplina. La discrezionalità è ampia e con molta probabilità produrrà un nuovo contenzioso. L’interpretazione definitiva la darà la Cassazione».

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