le obbligazioni societarie

Effetto coronavirus: che fine hanno fatto i corporate con tassi negativi?

Le società tornano a collocare debito, ma a costi più elevati. E sul secondario non ci sono più bond «sottozero»: erano quasi 700 miliardi un mese fa

di Maximilian Cellino

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Le società tornano a collocare debito, ma a costi più elevati. E sul secondario non ci sono più bond «sottozero»: erano quasi 700 miliardi un mese fa


3' di lettura

Il nome Yum! Brands dirà sicuramente poco al grande pubblico, che al limite avrà forse messo i piedi sotto al tavolo di una delle grandi catene di fast food - Kfc, Pizza Hut o Taco Bell – controllate da questo gruppo. Da lunedì scorso, però, qualche investitore più attento avrà preso familiarità con la società di Louisville, Kentucky, quantomeno perché è stata la prima con merito di credito basso (o junk, spazzatura come si dice in gergo) a emettere un un’obbligazione ad alto rendimento o high yield da quasi un mese a questa parte, dopo la serrata dei mercati provocata dall’espansione del coronavirus.

Quei 600 milioni di dollari raccolti da Yum! Brands a un prezzo non certo indifferente, visto che la società ha dovuto garantire il 7,5% per un titolo a 5 anni quando sei mesi fa aveva offerto solo il 4,75% per un decennale, è in ogni caso un segnale di quanto sul mercato si desideri tornare alla normalità. E anche dell’appetito (nonché della voglia di rischiare) degli stessi investitori, la cui domanda è stata di ben dieci volte superiore l’importo collocato. Un interesse quest’ultimo che per la verità non è mai diminuito per i bond con grado di affidabilità più elevato, almeno in sede di emissione. Dopo il primo comprensibile momento di sbandamento, le società investment grade si sono infatti ripresentate in massa a sondare l’attenzione di fondi e gestori: prima i grossi calibri come Exxon Mobil e Pepsi, poi a ruota anche gli altri.

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Soltanto nell’ultima settimana - complici le mosse espansive senza precedenti annunciate sia dalle Banche centrali sia dai Governi - secondo quanto riportato da Bloomberg negli Stati Uniti sono stati emessi corporate bond per ben 109 miliardi di dollari, scatenando un’autentica caccia fra gli investitori che hanno presentato richieste di ammontare oltre cinque volte superiore. Stesso scenario dai due volti in Europa, dove se da una parte ci si sono contesi titoli ad alto merito di credito per 75 miliardi di euro (con richieste per almeno 310 miliardi), dall’altra si è assistito a un vero e proprio blocco per gli high yield.

Non sempre tuttavia è oro quello che sembra luccicare e il tema dei rendimenti in deciso rialzo, su tutta la gamma del rischio di credito, non è da sottovalutare: si va sul mercato, ma a un prezzo ben più caro e lo dimostra il fatto che si è praticamente azzerato lo stock di titoli con rendimento negativo, che in Europa in poco più di un mese fa ammontava secondo Goldman Sachs addirittura a quasi 700 miliardi.

Un altro fattore che mette in dubbio la teoria del ritorno alla «normalità» è l’assoluta mancanza di corrispondenza fra ciò che sta avvenendo in sede di emissione e sul secondario, dove l’attività risulta anzi tutt’altro che frenetica. «Il miglioramento del sentiment - nota infatti David Norris di TwentyFour Asset Management - non sembra aver penetrato completamente questa parte del mercato, dove fra gli investment grade si è invece registrato per la terza settimana consecutiva un deflusso record di 43 miliardi di dollari».

La spiegazione del gestore per l’apparente paradosso si basa da una parte sulla crisi che negli Usa stanno attraversando strumenti come i commercial paper (simili a cambiali, che anche la Bce ha di recente incluso nel suoi piani di riacquisto), che a sua volta «ha spinto molte aziende a cercare finanziamenti a lungo termine nel mercato obbligazionario». Dall’altra sul senso di frustrazione degli stessi investitori, che «in mancanza di liquidità sul secondario - aggiunge Norris - si sono concentrati sulla nuova offerta trovando un buon sbocco anche in considerazione del riemergere di premi significativi di emissione». Il boom del primario sarebbe insomma apparente, e gli investitori continuerebbero a prendere rischi dei quali non sembrano del tutto consapevoli, soprattutto alla luce delle conseguenze ancora imprevedibili dell’emergenza Covid-19. E anche questa, in fondo, non è una novità.

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