Salute

Effetto Covid su anoressia e bulimia: +40% di casi a inizio pandemia

I drammatici numeri dei disturbi alimentari certificati dall’Istituto superiore della Sanità in occasione della Giornata del Fiocchetto Lilla che si celebra il 15 marzo

di Barbara Gobbi

Ansia: imparare a gestirla si può

5' di lettura

Non è capriccio, non è vanità portata allo stremo, non è “asocialità”. E' malattia: i disturbi del comportamento alimentare – anoressia e bulimia in testa – che il 15 marzo da dieci anni si vedono dedicare la Giornata del Fiocchetto Lilla sono malattie multifattoriali. Partono da una voce interiore, che grida e non sempre trova ascolto. E allora c'è il baratro del viverle in solitudine, nell'isolamento che deriva da una percezione alterata di se stessi e che comporta vergogna e avvicina alla morte.

I numeri – venuti finalmente alla luce dopo un faticoso percorso di riconoscimento dei Dca - sono drammatici: li certifica l'Istituto superiore di sanità che ha realizzato la mappatura – sempre in divenire ed estremamente eterogenea - dei 108 centri di assistenza in Italia. Una rete ancora piena di “buchi”, ulteriormente drenata in termini di personale dall'”imbuto Covid” che ha richiamato tanti operatori impegnati altrove e che fatica a intercettare e soddisfare il carico delle richieste di aiuto. Tanto più oggi, se si pensa che il Covid con il suo portato di stress e chiusure ha prodotto una vera e propria pandemia nella pandemia.

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La pandemia nella pandemia

“Al 2020 tra nuovi casi e casi in trattamento sono 2,4 milioni i pazienti con Dca intercettati dalle reti, dalla specialistica, dai Pronto soccorso, dalle Schede di dimissione ospedaliera – spiega Laura Dalla Ragione, Responsabile Rete Disturbi comportamento alimentare Usl 1 dell'Umbria -. Ma il numero è certamente molto sottostimato perché in questa patologia esiste una grande quota di pazienti che non arriva alle cure. Nel 2021, poi, è successo il finimondo e l'onda lunga degli effetti delle chiusure, della Dad, dell'eccessiva presenza sui social e del prolungarsi dell'emergenza sanitaria deve ancora emergere con pienezza ed essere contabilizzata. Intanto, durante la pandemia le persone che soffrivano di un disturbo alimentare si sono aggravate, magari hanno impiegato mesi per trovare il coraggio di chiedere aiuto o hanno aspettato per un ricovero, aumentando il rischio di cronicizzazione o ricaduta”.

Casi in aumento del 40%

Basta già quel +40% di aumento certificato dall'Iss nei primi sei mesi del 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019, a far tremare i polsi: nel primo semestre del primo anno di pandemia, secondo una survey conclusa a febbraio 2021 e basata sull'incrocio di diversi flussi informativi analizzati dal Consorzio universitario Cineca, sono stati 230.458 i nuovi casi contro i 163.547 del primo semestre dell'anno precedente. “Facilitare la richiesta di aiuto e informare sull'assistenza sono gli obiettivi della mappatura dei centri - spiega Roberta Pacifici, responsabile del Centro nazionale Dipendenze e Doping dell'Iss -. Dopo aver censito le strutture del Servizio sanitario nazionale, infatti, l'Istituto ha iniziato a mappare anche i centri del privato accreditato, che a oggi sono sette, notando un forte impatto e coinvolgimento su questi disturbi, purtroppo in crescita durante il periodo pandemico”. Il censimento in continua evoluzione dà anche informazioni preziose sull'utenza: sono in carico al 65% dei centri censiti dall'Iss quasi 9.000 utenti (8.947) – ben 5mila presi in carico dopo la pandemia - per il 90% femmine e per il 10% maschi. Il 58% ha tra i 13 e i 25 anni, il 7% è under 12 anni. La diagnosi più frequente è di anoressia nervosa - il 36,2% dei casi - poi c'è la bulimia nervosa con il 17,9% e il disturbo di binge eating con il 12,4%. Pazienti giovani o giovanissimi, visto che si abbassa l'età di esordio: il 30% della popolazione ammalata è sotto i 14 anni. Mentre cresce la componente maschile, che nella fascia 12-17 interessa il 10% dei pazienti.

Non solo: oggi in carico ci sono anche adulti. “Abbiamo tra i pazienti donne, magari con un compagno e dei figli, che si ammalano tra i 30 e i 40 anni e anche in questi casi, come sempre, bisogna lavorare con tutta la famiglia”, spiega Laura Dalla Ragione. “Sono forme nuove di depressione – aggiunge - depressioni moderne che spesso sfociano in bulimia, oppure si tratta di ricadute di episodi trascurati quando erano bambine. Capita che al disagio tradizionale che porta all'insorgere di questi disturbi si sommino difficoltà non trattate”. Comunicare, per l'esperta che ha fondato a Todi in Umbria Palazzo Francisci, la residenza-simbolo della lotta in Italia a queste patologie, è cruciale. “Va realizzata un'informazione e una comunicazione capace di raggiungere chi è a rischio o chi sia già malato e le stesse famiglie che giocano un ruolo cruciale”, afferma anche a commento di iniziative come il libro “Affamati d'amore” della giornalista Fiorenza Sarzanini, presentato in occasione dell'evento organizzato all'Istituto superiore di sanità per la Giornata del Fiocchetto Lilla. “Servono testimonianze e messaggi positivi che dai Dca si può uscire, che non bisogna provare vergogna e che avere un disturbo del comportamento alimentare non è una condanna”, aggiunge Dalla Ragione.

Troppo spesso purtroppo i numeri sui decessi raccontano un'altra storia, quella della difficoltà a tornare indietro: il dato Rencam regionale (Registro nominativo cause di morte) del 2020 rileva un numero di decessi con diagnosi correlate ai Disturbi dell'alimentazione e della nutrizione (anoressia, bulimia e disturbo da alimentazione incontrollata) di 3.158 persone, con una variabilità più alta nelle regioni dove sono scarse o assenti le strutture di cura. Come in Calabria, in Campania, in Sardegna, in Molise, ma anche nel Lazio e in Piemonte. A confermare il fatto – rilevano dall'Iss - che non si muore di anoressia o di bulimia, ma si muore per non avere potuto accedere alle cure.

La priorità: serve una rete diffusa e personale

“L'assistenza va condotta in équipe – rileva ancora Roberta Pacifici dell'Iss -. Le percentuali così basse del pediatra o del tecnico della riabilitazione psichiatrica o del nutrizionista sono un problema da superare. Così come l'ancora ridotta quota di centri che prendono in carico i bambini, che stride con il dato epidemiologico sull'aumento dei Dca in questa fascia d'età”. Nella maggior parte dei centri c'è tutta l'offerta terapeutica disponibile ma un altro punto di debolezza che emerge dalla survey Iss è che a fronte di un 87% di centri con ambulatorio o day hospital, solo il 22% offre riabilitazione residenziale. Il collegamento tra le strutture e il paziente sono per lo più il medico o il pediatra di famiglia, ma anche i familiari o gli amici, mentre consultori e uffici scolastici stanno diventando un altro attore “sensibile”. La rete sia di cura sia di sensibilità sociale insomma si sta lentamente costruendo, ma la differenza tra le Regioni è ancora notevole mentre andrebbero realizzate campagna di comunicazione battenti e tarate su questo tipo di disturbo. Così come va attivato un collegamento continuo tra livello ospedaliero e territoriale, ambiti entrambi fondamentali nello svolgere un lavoro sinergico. La medicina del territorio, che nel caso dei disturbi dell'alimentazione è rappresentata dagli ambulatori (e dalla loro collaborazione con i medici di medicina territoriale) può ridurre significativamente il rischio di ricoveri per acuzie.

“La carenza di servizi territoriali – spiegano ancora dall'Iss - rappresenta una grave mancanza assistenziale per i pazienti con disturbi dell'alimentazione, in quanto l'ambulatorio rappresenta il gold standard per la cura nel 70% dei casi, e non può essere bilanciato dalla presenza degli altri livelli di trattamento”. Personale, rete, potenziamento della comunicazione: oggi sono queste le priorità e i fondi dedicati sono in arrivo, grazie alla legge di Bilancio 2022 che ha dato vita a un primo fondo da 25 milioni per questi disturbi. Che, come ricorda il primo promotore nel 2012 della Giornata del Fiocchetto Lilla Stefano Tavilla, fondatore dell'associazione “Mi Nutro di Vita” in onore e ricordo della figlia Giulia affetta da bulimia nervosa, finalmente sono usciti dal cono d'ombra delle malattie psichiatriche per essere inseriti nei Livelli essenziali di assistenza. Malattie, che il Servizio sanitario è tenuto a curare su tutto il territorio nazionale.

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