GLI SCENARI

Effetto Covid sulle Pmi: cresce la corsa alla liquidità

Ricerca Crif: a subire i contraccolpi più pesanti della crisi sono le imprese dei settori turismo, commercio, costruzioni e meccanica

di Chiara Bussi

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(Adobe Stock)

Ricerca Crif: a subire i contraccolpi più pesanti della crisi sono le imprese dei settori turismo, commercio, costruzioni e meccanica


4' di lettura

Gli effetti del Covid sulle Pmi? Conta il settore, ma anche la filiera di appartenza. Le più vulnerabili sono il 28% delle società di capitale e rappresentano il 24% del giro d’affari aggregato. Al polo opposto ci sono le più resilienti: una quota del 15% pari all’11% del fatturato complessivo. Con tempi non sincronizzati, una mini- ripresa dovrebbe arrivare nel 2021. Una delle note dolenti riguarda l’export, mentre l’esigenza fondamentale è oggi la liquidità.

Poli opposti

Una recente fotografia di Crif conferma che a subire un forte impatto negativo del Covid sono le Pmi dei settori del turismo/tempo libero, commercio di autoveicoli, oil&gas, ingegneria civile e costruzioni, meccanica/mezzi di trasporto e prodotti metallici. Hanno risentito delle restrizioni del lockdown e ora soffrono per la domanda debole legata al distanziamento sociale o alla minore propensione agli investimenti e all’acquisto di beni durevoli. La forte componente dei costi fissi e l’elevata incidenza del capitale circolante pesano sul loro profilo finanziario. Le conseguenze? Un deterioramento del merito di credito, una riduzione dell’operatività commerciale e un allungamento dei tempi di pagamento ai fornitori.

Hanno invece tenuto le Pmi del farmaceutico, di tlc, Ict e media, chimica e consulenza. Le accomuna l’effetto limitato delle restrizioni durante il lockdown, una domanda resiliente o addirittura in crescita per la natura dei prodotti e servizi erogati, una tenuta di margini e generazione di cassa grazie al mantenimento dei volumi di produzione. Ma anche una relativa stabilità del merito creditizio e una regolare operatività sotto il profilo commerciale.

L’impatto, fa notare Simone Capecchi, executive director di Crif, «dipende, oltre che dal settore di appartenenza, anche dalla filiera e dal segmento di operatività. Per due produttori di beni simili il mercato di sbocco può essere totalmente diverso in termini di andamento della domanda finale. Si pensi, ad esempio, a chi produce componenti metalliche per apparecchiature biomedicali rispetto a chi destina componenti simili al comparto automotive». Il secondo fattore, spiega Capecchi, «può invece consentire di identificare posizionamenti di nicchia in determinati ambiti che mostrano trend in controtendenza rispetto al settore di riferimento, come il commercio online rispetto al canale fisico all’interno del comparto retail».

Gli effetti sono tangibili sulle vendite. Secondo un’indagine di Promos Italia, su un campione di 250 Pmi il 26% dichiara di aver perso tra il 20 e il 40% del fatturato mensile negli ultimi quattro mesi. E per il 10% la frenata è superiore all’80%. Sul fronte del business estero per una su tre è ancora tutto bloccato o i contatti con i partner sono molto rallentati. Per una su cinque le maggiori difficoltà si incontrano sul mercato europeo, per il 10% in Cina, Usa e Golfo. Pianificare è sempre più complicato: il 21% del campione sottolinea che la situazione cambia a seconda del momento. Circa la metà delle imprese (47,5%) sta ancora cercando di contenere le perdite, mentre il 10,5% vede nero: senza aiuti sarà costretta a chiudere l’attività. Per il 26% la ripartenza sul fronte internazionale arriverà dopo l’estate, secondo il 21% a fine anno. Tra le leve dell’export il canale digitale sarà fondamentale.

«Le dinamiche globali - dice il presidente di Promos Italia Giovanni Da Pozzo - sono ancora condizionate dall’emergenza sanitaria, che in alcuni Paesi è tuttora in corso, e ciò impedisce gran parte dei flussi di persone e merci. Per una reale ripresa la sensazione è che si debba aspettare il 2021».

La spinta della moratoria

Non tutte le imprese, in particolare quelle più piccole, hanno però le spalle abbastanza larghe per affrontare l’emergenza. Secondo un altro studio di Crif il 37% parte da situazioni di liquidità già delicate, mentre un altro 7% la fronteggia senza molti margini di manovra. Proprio loro avranno esigenze per circa 60 miliardi di euro, di cui solo una parte minoritaria, pari a circa 15 miliardi, potrà essere coperta dai flussi di cassa generati durante il 2020. I restanti 45 dovranno essere attinti dal canale creditizio.

«La moratoria varata dal Governo con il Decreto Cura Italia è un’importante misura di sostegno alle imprese - spiega Capeccchi - anche perché l’informazione relativa alla sospensione delle rate non solo non determina un peggioramento della posizione debitoria del beneficiario, ma è fondamentale per prevenire eventuali segnalazioni negative o passaggi a sofferenza». Secondo l’istantanea al 28 giugno scorso sono 420mila le linee di credito riconducibili a Pmi che l’hanno chiesta e ottenuta. I più gettonati sono i mutui di liquidità, con oltre 234mila contratti. Oltre 73mila contratti riguardano mutui immobiliari, e quasi 77mila leasing e altri prodotti a rate. Guardando all’identikit del richiedente quasi il 70% dei contratti di moratoria è stato presentato da società di capitali, il 26,3% da società di persone e il 2,4% da ditte individuali. E non stupisce che il 60% delle richieste arrivino da imprese di Lombardia, Emilia-Romagna e Piemonte, le più colpite dall’emergenza sanitaria.

Moratoria, ma non solo. Le esigenze di liquidità unite ai tassi di interesse ai minimi storici hanno portato a un vero e proprio boom di richieste di credito da parte delle imprese nel secondo trimestre: +79,3% rispetto allo stesso periodo del 2019. Per le imprese individuali l’aumento è stato del 99,4%, per le società di capitali del 66,8. Ed è significativo che quasi un terzo del totale delle (il 29,7%) si collochi nella fascia al di sotto dei 5mila euro.

Tre assi nella manica

Il Covid, spiega Marina Puricelli, docente senior presso Sda Bocconi, «ha solo accelerato una sorta di selezione naturale delle Pmi. Ad avere più chance sono quelle più forti su tre piani: il prodotto, il mercato e la tecnologia». È tutta questione di strategia. Secondo Puricelli gli assi nella manica sono «una produzione unica e originale, un mercato di sbocco ben definito e scelto con attenzione, un focus sull’innovazione di prodotto e di servizio. Tre caratteristiche essenziali anche per chi decide di avviare un’impresa».

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