RAPPORTO MEDIOBANCA

Effetto Covid sul vino: in fumo 2 miliardi. Persa in 3 mesi la crescita di 5 anni

Secondo lo studio su 215 principali società di capitali italiane a pesare sulle minori entrate saranno la contrazione dell’export e la chiusura del canale horeca nazionale e internazionale

di L.Ben.

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Secondo lo studio su 215 principali società di capitali italiane a pesare sulle minori entrate saranno la contrazione dell’export e la chiusura del canale horeca nazionale e internazionale


5' di lettura

L'effetto Covid-19 sul settore italiano del vino potrebbe pesare fino a circa 2 miliardi di euro in meno sul fatturato 2020, frutto di minori vendite nazionali e estere, con una riduzione stimabile del settore tra il 20% e il 25% rispetto al 2019. E' quanto indica l'Area studi di Mediobanca nell'indagine sul settore vinicolo nazionale e internazionale che riguarda le 215 principali società di capitali italiane, con fatturato 2018 superiore ai 20 milioni di euro , e 14 imprese internazionali quotate, con fatturato superiore a 150 milioni di euro. Per quanto riguarda le previsioni per il 2020, in generale, se si assume che le esportazioni italiane di vino si ridurranno in linea con la caduta del commercio mondiale ipotizzata dalla Wto (-15% nel migliore scenario e -30% nel peggiore), si s tima una contrazione dell'export per i maggiori produttori italiani compresa tra 0,7 e 1,4 miliardi di euro. Considerando che l'export delle aziende italiane del vino prese in esame dalla ricerca è calcolato in 6,4 miliardi di euro nel 2019.

Quanto al mercato domestico, visto che circa il 65% delle vendite nazionali è veicolato da canali diversi dalla Gdo, si stima fino alla metà di maggio una perdita di oltre 0,5 miliardi di euro. Ipotizzando per i mesi a seguire una riapertura dei canali extra-Gdo a ritmi inferiori del 30% rispetto ai livelli dell'anno precedente, si registrerebbe un'ulteriore contrazione del fatturato pari a 0,5 miliardi di euro.


A contribuire a questo scenario l’ azzeramento dell'enoturismo, la chiusura del canale Horeca nazionale e internazionale, la chiusura della vendita diretta fisica, i maggiori costi per precauzioni sanitarie e difficoltà logistiche per la vendemmia, la difficoltà nel reperimento dei lavoratori stagionali e problema di liquidità e problema della giacenza dell'invenduto.

Le aspettative delle aziende: crescita solo per il 5%
Secondo le imprese interpellate da Mediobanca il 63,5% delle aziende prevede di subire un calo delle vendite con una flessione addirittura superiore al 10% per il 41,2% del campione. Delle imprese che si aspettano una crescita del fatturato anche nel 2020 (il 36,5%), sono solo il 4,7% quelle che invece prevedono di avere una crescita superiore al 10%. Un quadro peggiore a quello del 2009, quando il 60,6% delle imprese vinicole subì un calo di vendite con una flessione del fatturato del 3,7% e con cadute oltre il 10% che riguardarono il 24,2% delle imprese. Il 53,4% delle cooperative, maggiormente legate al mass market e alla distribuzione attraverso la Gdo rispetto all'Horeca, ha formulato per il 2020 previsioni meno pessimistiche sul fatturato di quelle delle S.p.A. e s.r.l., il 68% delle quali si aspetta un calo nell'anno in corso (la quota di cooperative che attende cali di vendite oltre il 10% si ferma al 26,7% contro il 50% delle altre).

Le tipologie che soffriranno di meno
I produttori di vini spumanti esprimono attese meno negative rispetto a
quelli di vini non spumanti. Tra i primi, il 55,5% prevede perdite di fatturato con una contrazione dell'export del 41,2%; quota che sale oltre il 65%, sia per perdite di fatturato che export, per i secondi. Su queste stime incide la maggiore stagionalità dei vini spumanti le cui vendite crescono in misura significativa soprattutto in corrispondenza delle festività di fine anno, periodo entro il quale si auspica il pieno superamento della crisi sanitaria


5 anni persi in 3 mesi
La capitalizzazione delle società del vino quotate nel mondo ha perso nel primo trimestre 2020 quasi tutto quello che aveva guadagnato negli ultimi cinque anni. Da gennaio 2001 al 3 aprile 2020 l'indice di Borsa mondiale del settore vinicolo, in versione total return (comprensivo dei dividendi distribuiti), è cresciuto del 222,5%, al di sopra delle Borse mondiali (+129%); la capitalizzazione complessiva delle 52 società che compongono l'indice è migliorata dell'8% tra marzo e dicembre 2019, per poi subire una brusca perdita del 30% nel primo trimestre 2020 a seguito del Covid-19 scendendo, a fine marzo 2020, a 35,8 miliardi di euro (rispetto ai 47,4 miliardi del marzo 2019), bruciando in tre mesi quasi l'intera crescita dell'ultimo quinquennio. Le società vinicole italiane quotate in Borsa sono due: IWB - Italian Wine Brands (controllante di Giordano Vini e Provinco) e Masi Agricola. I titoli di IWB al 3 aprile 2020 quotavano 12,2 euro con un valore di Borsa pari a circa 90 milioni di euro, mentre le azioni di Masi Agricola hanno chiuso in pari data a 2,4 euro con una capitalizzazione pari a 75,6 milioni.


Analisi del 2019: crescita modesta, male il mercato interno
Nel 2019 i principali produttori di vino italiani hanno registrato una crescita media del fatturato dell'1,1%. Secondo la ricerca si tratta di “un risultato modesto” in confronto al quadriennio precedente (2014-2018) in cui le vendite sono cresciute a ritmi compresi tra il 6,7% del 2018 e il 4,7% del 2015. I rallentamento del 2019 è attribuibile alla dinamica negativa del mercato interno (-2,1%) in controtendenza rispetto all'export, che ha segnato una crescita del 4,4% rispetto al 2018 anche se lontano dalle crescite oltre il 7% del triennio 2015-2017. In questo quadro generale, in media le società fanno meglio delle cooperative: il fatturato di S.p.A. e s.r.l. cresce del 3,2% (+5,1% all'estero), mentre le cooperative segnano un calo sul 2018 (-1,9%) per la contrazione del mercato domestico (-4,4%,) solo parzialmente compensata dall'espansione di quello estero (+1,8%).

Esaminando le diverse tipologie di vino: gli spumanti hanno rallentato nel 2019 (-0,2%), mentre i vini non spumanti sono cresciuti dell'1,5%; per entrambi i comparti, importante è stato il contributo dell'export (+3,2% per gli spumanti, +4,6% per gli altri), a fronte di vendite domestiche in regresso (-2,4% per i primi, -1,9% per i secondi).



Cantine Riunite-GIV prima per fatturato
All'interno del campione preso in esame, sono stati poi “estratti” i 39 top seller e top earner: sono le aziende che hanno avuto un fatturato superiore a 60 milioni nel 2019. Queste imprese hanno avuto un incremento delle vendite pari al 2,2% sul 2018 (+6,1% all'estero), contro il +1,1% della media. Cantine Riunite-GIV si conferma prima per fatturato (630 milioni, +2,9% sul 2018), seguita da Caviro a 329 milioni (-0,4%) e da Antinori che guadagna il 5,3% a 246 milioni, primo gruppo non cooperativo; seguono altre tre realtà con fatturato superiore a 200 milioni di euro: Casa Vinicola Botter, che nel 2019 ha realizzato una crescita del 10,9% portandosi a 217 milioni di euro, Fratelli Martini a 210 milioni di euro (-2,0%) e Zonin a 205 milioni di euro (+1,4%). Due società hanno realizzato nel 2019 un aumento dei ricavi a due cifre: Ruffino (+20,9%) e Botter (+10,9%). Altre variazioni degne di nota hanno interessato Enoitalia (+9,7%), Mionetto (+7,1%), Santa Margherita (+6,8%), Farnese (+6,3%) e Frescobaldi (+6,0%). Alcune società hanno una quota di fatturato estero ampiamente maggioritaria: Botter al 93,7%, Farnese al 92,0%, Ruffino al 91,4%, F.lli Martini con l'86,1%, Mondodelvino (83,3%) e La Marca all'82,8%. Solo tredici gruppi hanno un'incidenza dell'export inferiore al 50% delle vendite. Anche per il 2019 le società toscane e venete sono in testa per redditività (utile sul fatturato) con Antinori al 34,0%, Frescobaldi al 21,4%, Botter al 10,3%, Santa Margherita al 9,5% e Ruffino (9,3%).

Per approfondire
Vino, consumi dimezzati. Verso distillazione e tagli alla produzione

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