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Effetto Ucraina, ora l’Emilia Romagna pianta mais al posto dei pomodori

Conseguenze collaterali del conflitto ucraino, che ha fatto schizzare alle stelle le quotazioni di alcune materie prime agricole

di Micaela Cappellini

2' di lettura

La fotografia dei campi dell’Emilia Romagna, una delle regioni più importanti d’Italia per l’agricoltura, quest’anno rischia di cambiare: meno frutteti, pomodori, fagiolini e borlotti e invece più mais, soia, girasoli e sorgo. Possiamo considerarlo un effetto collaterale del conflitto ucraino, che ha fatto schizzare alle stelle le quotazioni di alcune materie prime agricole. «Questi sono giorni di decisioni sulla semina e non sono sorpreso se gli agricoltori facessero altre scelte colturali», spiega Massimo Passanti, presidente della Federazione nazionale pomodoro da industria di Confagricoltura e vicepresidente di Conserve Italia.

Giorni di semina

«Mais, girasole e soia - prosegue - sono prodotti più facili da coltivare, perché richiedono meno cura, nessun concime, si seminano e si raccolgono quando si vuole, non secondo una programmazione rigida come per esempio quella del pomodoro». Il mais ha raggiunto il record italiano dei 400 euro alla tonnellata. E ora che anche l’Argentina, primo esportatore mondiale di soia, ha deciso di bloccarne le vendite all’estero, anche questo legume è destinato a veder crescere ancor più le quotazioni.

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Rischio concreto

Il rischio di abbandonare i pomodori è reso ancora più concreto dal fatto che, dopo dieci incontri fra produttori e industrie, ancora non è stato chiuso l’accordo sul prezzo per la campagna Nord Italia 2022: «Gli agricoltori chiedono 110 euro alla tonnellata per fronteggiare l’aumento dei costi dell’energia e dei fertilizzanti - racconta Passanti - le imprese sono partite da 92 ma sono ferme 100. La Spagna, nostro concorrente, ha chiuso un mese fa con i contadini che si sono portati a casa un aumento del 25%». I telefoni delle cooperative del Ravennate sono caldi, chiedono di sapere le quotazioni, altrimenti - dicono - sono pronti a riconvertire anche la metà dei campi. «Dopo due anni di cimice asiatica e gelate - aggiunge Passanti - anche centinaia di ettari di peri in Romagna sono stati abbattuti. E sono tutti terreni che sono tornati a seminativo».

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