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Egitto, la bassa affluenza mette in ombra un plebiscito annunciato

di Roberto Bongiorni

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(AP)


3' di lettura

Il solo dato importante in quella che sin dall'inizio è apparsa la cronaca di un plebiscito annunciato era l’affluenza. Il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi sapeva bene quanto fosse rilevante. Solo un’alta partecipazione avrebbe legittimato, non solo agli occhi del mondo, ma anche a quelli degli stessi egiziani, un’elezione presidenziale che di democratico non aveva ormai più nulla.

Per tale motivo anche questa volta il voto era stato spalmato su tre giorni. E all’ultimo ieri sera i seggi erano rimasti aperti un’ora in più. I risultati, tuttavia, non sono così incoraggianti. Dai primi dati forniti dall’emittente Dmc, al-Sisi ha trionfato, ottenendo il 92% dei consensi (anche se nell’elezione del 2014 aveva sfiorato il 97%). Ma questa non è una notizia. L’unico altro candidato, Mostafa Moussa, pescato all’ultimo giorno possibile solo per piazzare uno sfidante accanto ad al-Sisi, avrebbe ottenuto il 3% dei consensi.
La vera notizia è un’altra. Gli egiziani non hanno risposto all’appello del presidente.

L’affluenza sarebbe di poco superiore al 40% degli aventi diritto. Ancora meno del già deludente 46% della precedente tornata elettorale. A nulla sono valse le pressioni del Governo e i presunti incentivi (alcuni votanti hanno confidato a giornalisti di premi in denaro o in cibo) per persuadere gli elettori a recarsi alle urne. Anche il provvedimento che prevede una multa di 500 lire egiziane (circa 30 euro, e non è poco per molte famiglie egiziane) a chi non andava a votare non sembra aver fatto molta presa tra la popolazione.

Sembra che a disertare i seggi siano stati soprattutto quei giovani egiziani, ventenni e trentenni, delusi delle mancate riforme democratiche e soprattutto ostili alle riforme economiche (tra cui l'abbattimento dei sussidi) portate avanti dal presidente in nome dell’austerità.

Difficile concludere che un’affluenza così bassa, arrivata dopo una campagna elettorale in cui è stato stroncato il dissenso ed è stata fatta terra bruciata di tutti i candidati (arrestati e “sollecitati” a ritirarsi), possa essere interpretata come un’autorevole vittoria.

Se davvero al-Sisi è tentato di modificare la Costituzione per eliminare la norma che impone un limite massimo di due mandati consecutivi (come alcuni analisti ipotizzano), questi numeri non rappresentano certo un buon punto di partenza.
Al-Sisi né è consapevole. Ed il suo tweet diffuso oggi ha il sapore della retorica. «Le voci delle masse egiziane, senza dubbio, testimonieranno della volontà della nostra nazione che s’impone con forza e non conosce debolezze. Per me resta il fatto di vedere negli egiziani in fila davanti alle urne un motivo di fierezza, d’onore e una prova incontestabile della grandezza della nostra nazione».

L’Egitto si risveglia così con un capo di Stato che, come Hosni Mubarak, rischia di candidarsi a “presidente quasi a vita”.

Rivoluzione tradita. Rivoluzione tramontata. Rivoluzione usurpata. Agli di occhi di molti giovani scesi in piazza nelle infuocate giornate del febbraio 2011 la primavera araba sembra ora un lontanissimo ricorso. Con amarezza hanno visto le immagini di Mubarak, il dittatore deposto, mentre si recava alle urne per esprimere il suo voto. Non essendoci ancora una sentenza definitiva nei suoi confronti aveva diritto di farlo. Ma l’amarezza dev’essere stata grande.
In piazza Tahrir, il luogo simbolico della rivoluzione riempito per 15 giorni da centinaia di migliaia di egiziani durante la rivolta contro Hosni Mubarak, ora campeggia solo un maxi schermo televisivo. Ripetutamente vengono trasmesse le immagini di carri armati egiziani, soldati e gli immancabili discorsi del presidente al-Sisi. Intorno migliaia di volantini elettorali sparsi a terra.
Per chiunque abbia vissuto i giorni della speranza, quando gli egiziani sognavano di poter far cadere la dittatura e incamminarsi verso la democrazia, la conclusione è, quasi, inequivocabile: la rivoluzione è morta.



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