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Ein Prosit: l'alta cucina mondiale si dà appuntamento a Udine

Al via la manifestazione gastronomica che ogni anno riesce a portare in Italia il gotha della cucina internazionale: cene stellari, musica, laboratori e masterclass nel segno della contaminazione virtuosa

di Fernanda Roggero

(Credit Fabrice Gallina)

3' di lettura

Non è un congresso, anche se ci sono talk e masterclass. Non è una fiera, anche se c'è uno spazio dedicato ai prodotti. Non è una teoria continua di degustazioni, anche se ci sono - molti - cuochi a cucinare.
Difficile imbrigliare in un format prestabilito Ein Prosit, la manifestazione friulana giunta alla 21ma edizione. Più che altro è una grande festa della cucina internazionale. Cinque giorni densi di appuntamenti a Udine (dal 24 al 28 ottobre), più un'anteprima tra i monti, con una cena dello straordinario chef peruviano Virgilio Martinez a Tarvisio. Tarvisio, all'incrocio tra Italia, Austria e Slovenia, dove tutto è partito ed è rimasta la sede naturale di Ein Prosit fino allo scorso anno. Fino a raggiungere il limite.


Questa edizione si sposta in pianura anche per far fronte al pressante interesse di pubblico e appassionati. Una sessantina di cuochi, oltre cento eventi, cene a più mani, degustazioni, laboratori e dialoghi a teatro. Con uno spirito decisamente pop. Come spiegano Claudio Tognoni, lo storico organizzatore, e Paolo Vizzari, giovane globe-trotter dell'alta gastronomia a cui si devono molti degli inediti accoppiamenti ai fornelli che daranno vita a cene decisamente fuori dal comune. Dai piatti della memoria dell'Anatolia di Maksut Askar al menu “verde” di Joris Bijdendijk, il cuoco danese del Rijks all'interno del Rijksmuseum di Amsterdam. Dalla cucina sostenibile di Manoella Buffara di Curitiba a quella colorata, piccante, intensa e provocatoria di Tim Butler, un americano a Bangkok. Passando per i protagonisti della nuova alta cucina italiana che si confrontano con mostri sacri come il francese Alain Passard. ( Qui il programma completo delle cene)

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Cosa distingue Ein Prosit dalle altre manifestazioni gastronomiche?
Abbiamo deciso di privilegiare la cucina come intrattenimento.
Per cinque giorni Udine verrà praticamente invasa: saranno coinvolti 20 ristoranti, 20 pasticcerie, una decina di palazzi storici. L'obiettivo è che la gente venga a divertirsi e a provare la grande cucina a prezzi accessibili. Un programma pensato per attirare anche tanti giovani appassionati che non hanno la possibilità di andare a gustare i piatti di questi super cuochi nei loro ristoranti in Perù, Russia o Giappone.


Perché proprio Udine?
Perché questa è una terra di confine. Qui le contaminazioni sono reali, merce quotidiana. Quindi è il palco ideale per mettere insieme, creare intrecci. La manifestazione quest'anno si intitola Nemo Propheta in Patria, perché il mondo della cucina ormai è circolare e sempre più condiviso. Non a caso molte delle cene vedono i cuochi abbinati.


Che idea di cucina emerge da questa nuova scena internazionale?
Il fatto che non esista più “una” cucina. Oggi il mondo racconta che ogni cultura ha suoi punti di forza. E noi ci rendiamo conto che il nostro parametro di buono non è assoluto. La pizza Margherita ai giapponesi non piace, per i nordici manca di acidità… C'è sempre un punto di vista differente. La cucina della tradizione, i piatti della mamma, restano nel nostro Dna, ma le tagliatelle al ragù non sono per principio più buone di un ceviche, sono diverse.
La cucina oggi è un gomitolo colorato. Perché usare solo una tonalità? Noi abbiamo deciso di usarle tutte, avremo 14 nazioni presenti a Udine.


Cucina cucinata e cucina parlata….
Ci saranno momenti di incontro al Teatro San Giorgio. Dialoghi, non conferenze. Sul palco personaggi del vino e della cucina che si incrociano con scrittori e musicisti, in maniera anti-convenzionale.
Sentiamo l'esigenza di alleggerire. È lo stesso spirito di Chef table, il programma di Netflix su cuochi e produttori. Uno storytelling che attira cinque milioni di persone a episodio: a sentire come si cuoce il capitone sono interessati in cento, una grande storia piace a tutti.


A che punto si trova l'alta cucina oggi?
Paradossalmente si potrebbe dire che sta “tornando indietro”.
La grande rivoluzione di Ferran Adrià è stata metabolizzata. Il cuoco dopo aver avuto una fase da scienziato, chimico, esploratore sta tornando cuciniere. Oggi il cuoco ha acceso a tutte le informazioni, le tecniche, gli ingredienti e c'è più cultura. C'è anche più scambio, confronto. I giovani sono molto più uniti e solidali.

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