le sfilate di parigi /4

Eleganza moderna con la sartorialità gentile di Valentino e la formalità soft di Dior

di Angelo Flaccavento


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(AP)

2' di lettura

L’eterna querelle convenzione/ribellione si polarizza sugli estremi nella kermesse della moda maschile in corso a Parigi. Mentre avanza un nuovo conformismo sartoriale - morbido, va detto - si accendono e incendiano, per naturale reazione, le spinte antinormative. Uomini in abito grigio - sans cravatta per carità - (Jil Sander) fronteggiano così maledetti glam-punk (Comme des Garçons) occupanti con il passamontagna (Vetements), officianti di riti pagani che si vestono a occhi chiusi (JW Anderson). Di certo c'é solo che la nozione di streetwear è uscita dal cliché della felpa con i pantaloni over per arricchirsi di nuance. Anche chi opta per il sartoriale, infatti, non promuove immaginari impettiti e adulti, ma giovanilismi dignitosi, immaginando una moderna eleganza da marciapiede. Fantasia, non realtà, ma è giá un inizio.

Louis Vuitton, viaggiatori contemporanei di lusso nella street art di New York

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È testimonial, sui generis, della sobrietà che avanza, a sorpresa, persino Virgil Abloh, il mida gran comunicatore che infiniti guadagni sta adducendo alle casse di Louis Vuitton - il primo drop di prodotti nel pop up giapponese di Vuitton ha prodotto, pare, introiti stellari. La seconda prova per la maison parigina è ancora una volta basata sulla narrativa inclusiva - e per questo universale - del nero che fa successo in un mondo ostile. Prendendo a modello la parabola di Michael Jackson, e vari elementi del suo stile, Abloh racconta il percorso di un uomo. Avvio in grigio sartoriale, finale con collage di bandiere che è la trasposizione letterale di We are the world, in mezzo anche le sottane plissè. Fresco, ma non rivoluzionario.

Valentino, incursioni nello spazio, David Bowie e le Birkenstock

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Da Valentino, Pierpaolo Piccioli rintuzza il lettering del logo in un angolo per promuovere una sartorialità gentile che annuncia una mascolinità liquida. Quella di giovin signori che portano il suit morbido con la camicia in tinta e i sandali Birkenstock (collaborazione a sorpresa) o che s'ammantano di stampe e jacquard storico-futuristici (altra collaborazione, con Jun Takahashi di Undercover) come eleganti viaggiatori spaziotemporali. Il messaggio di calma e compostezza convince.

Dior porta la formalità soft in passerella a Parigi

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Da Dior, Kim Jones continua a lavorare sulla crasi tra couture, arte e strada. Carpisce all’atelier la tecnica del drappeggio su manichino, che applica a giacche e cappotti, mentre realizza stampe, ricami e jacquard con l'artista Raymond Pettibon. Il guardaroba Dior, nel mentre, guadagna una formalità soft invece che tronfia, a prova di clientela trasvesale. La formula, peró, è un po' spenta. Manca il segno di un gusto deciso: Dior non puó essere generico.

In fine, è ode al vetriolo del glam, alla ferocia del camp e ai tacchi come strumento per destabiizzare ogni pensiero normativo la collezione di Rick Owens. Una teoria di eccessi condotta con la mente rigorosa di un minimalista, perché invero follia e razicinio, convenzione e ribellione sono indispensabili una all'altra. Ora e sempre.

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