Qualcuno sa leggere

Elementare\La scuola come pronto soccorso culturale

di Franco Lorenzoni

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2' di lettura

A chi non voglia accontentarsi delle facili e approssimative affermazioni sulla scuola elementare incapace di insegnare, che sembrano andare di moda, consiglio di leggere La scuola salvata dai bambini, un libro importante e documentato di Benedetta Tobagi.

Narra un viaggio da Nord a Sud nelle scuole primarie del nostro Paese e dell’impegno di tante insegnanti nell’affrontare uno dei temi cruciali dell’Italia di oggi: la costruzione di frammenti di una cultura della convivenza tra lingue, corpi e memorie provenienti dagli angoli più diversi del pianeta. Sono oltre il 10% e in continua crescita i bambini figli di immigrati che frequentano la scuola primaria, anche se la maggioranza sono nati qui. Le testimonianze raccolte ci mostrano tante difficoltà e un panorama variegato, ma anche intuizioni di grande valore come quella di cui parla a Palermo Chiara Amoruso, tesa a costruire «una complementarità tra alunni dialettofoni e stranieri neoarrivati, valorizzando i primi come tutor dei secondi, per fare emergere la loro conoscenza implicita dell’italiano, a cui sono comunque esposti dalla nascita». Ma nel guazzabuglio della storia accade anche il contrario e che in una classe sia Liam a sostenere Antonio, aiutandolo a comportarsi bene e a imparare l’italiano, a scrivere soprattutto, proteggendolo dal pericolo di dispersione. E come facevi? «Lo incatenavo!», sbotta Liam con marcato accento siculo, e i due bambini scoppiano a ridere insieme. «Fare il tutor vuol dire aiutare una persona in pericolo» - spiega - e la maestra aggiunge: «Mi accorgevo che lui proprio lo proteggeva per evitare che lo rimproverassi».

Ci sono invenzioni che aiutano il contenimento dello strisciante razzismo che sono di grande interesse, come quella di una scuola di Brescia dove si sperimenta l’“inglese veicolare”, perché «si propone la musica e l’educazione all’immagine in inglese per accelerarne l’apprendimento: va molto di moda tra i genitori italiani fissati con la futura carriera dei figli, ma è anche un modo per valorizzare il fatto che tanti alunni provenienti dall’Africa o dal subcontinente indiano masticano bene l’inglese».

Dal semplice raccogliere ninne nanne in decine di lingue si può dar vita a sperimentazioni linguistiche di valore, come quelle attuate in diverse scuole a Milano, capaci di alimentare la grande curiosità dei bambini verso lingue diverse. Sono iniziative importante perché per i bambini migranti svalorizzare o perdere la lingua madre ostacola l’apprendimento dell’italiano. «Si dice “patria”, ma la lingua è “madre”, placenta di pensieri, lessico delle emozioni profonde, dei sogni, dell’intimità. Musica di fondo della vita». L’inchiesta partecipe della Tobagi mi conferma nella convinzione che, pur tra molte luci e molte ombre, le nostre scuole primarie e dell’infanzia siano i luoghi pubblici capaci di maggiore accoglienza e integrazione dei nuovi arrivati, che tanta parte della società stenta a riconoscere come nuovi cittadini dotati di diritti. Una sorta di pronto soccorso culturale che andrebbe sostenuto e studiato con molta attenzione. Del resto la scuola deve essere un po’ meglio della società che la circonda, se no che cosa ci sta a fare?

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